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Scritto da Redazione
Cultura
01 Gennaio 2026

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La storia di Veronica Cybo Malaspina, figura storica vissuta nel Seicento, al centro di un episodio che all’epoca fece grande scalpore  diventa un docufilm tratto dal libro dello storico massese Franco Frediani.Veronica Cybo Malaspina si sposò appena sedicenne con il duca Jacopo Salviati, appartenente a una delle più importanti e facoltose famiglie fiorentine. Dopo cinque anni di matrimonio scoprì il tradimento del marito e ordinò l’assassinio della sua amante, Caterina Brogi. L’esecutore materiale dell’omicidio venne condannato a morte, mentre Veronica fu costretta a un “esilio dorato” nei pressi di Firenze. Questa vicenda è raccontata  nel romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi della fine dell’Ottocento e in alcune rappresentazioni teatrali dell’epoca, ma è stata progressivamente dimenticata. A riportarla oggi all’attenzione del pubblico è stato, appunto, Franco Frediani, autore del volume “Veronica Cybo-Malaspina e il truce delitto di via de’ Pilastri” (2021), che ha promosso la realizzazione di un docufilm girato nei luoghi reali in cui si svolsero i fatti. La narrazione è affidata alle voci dei giovani attori Elia Fiorentini e Giovanni Taddeucci, entrambi allievi del WiShakespeare-Lab di Massa, diretto dal regista Andrea Battistini. Le riprese sono ambientate in diverse location storiche, tra cui Palazzo Ducale di Massa, Villa Salviati a Ponte alla Badia, Villa San Cerbone a Figline Valdarno, oltre ad altri luoghi legati alla vicenda. La regia del docufilm è di Fabio Aiazzi, che ha lavorato in stretta collaborazione con Andrea Battistini e con l’operatore Paolo Bondielli. Il personaggio di Veronica, che compare in abiti d’epoca realizzati da sartorie specializzate, è interpretato in sequenze non recitative da Sara Tognini, che insieme a Giuseppe Cataldi guida il gruppo di danze storiche La Riverenza, noto per l’accuratezza e il rigore del lavoro di ricerca storica. Il progetto ha ottenuto il patrocinio e il contributo della Regione Toscana e del Comune di Massa, oltre al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara. Il termine del lavoro, iniziato a gennaio 2025 con la ricerca storica e l'elaborazione della sceneggiatura e rallentato nella fase delle riprese, a causa di imprevisti e ritardi nel rilascio delle autorizzazioni a filmare nei luoghi interessati, e' previsto per marzo 2026.

Ecco un estratto dal libro di Frediani:

"Veronica Cybo Malaspina nasce a Genova il 10 dicembre del 1611, terzogenita di Carlo I, Principe di Massa, e della patrizia genovese Brigida Spinola. A soli 15 anni, la principessina, che alcuni descrivono “per la molta bellezza”, altri invece di “mediocre bellezza e d’indole altera e superba”, viene promessa in sposa al Marchese Jacopo Salviati, figlio di Lorenzo, ricco e influente patrizio fiorentino  marchese di Giuliano, e di Maddalena Strozzi. Jacopo ha venti anni e  “per chiarezza di sangue, per ricchezza e per altre riguardevoli qualità” era una figura di primo piano nella Firenze del Granduca Ferdinando II de’ Medici, legato a questi da vincoli di parentela, seppur lontani. Come consuetudine di quei tempi, il matrimonio fu combinato e formalizzato, il 10 di aprile del 1627, con tanto di contratto stipulato tra l’Arciduchessa d’Asburgo Maria Maddalena, Granduchessa di Toscana, vedova di Cosimo II de’ Medici, e Jacopo Salviati che per l’occasione, con bolla papale del 18 dicembre, Papa Urbano VIII elevò alla dignità di Duca. La coppia si trattenne a Massa per qualche giorno e il venerdì 4 marzo lasciarono il Ducato a bordo di una bellissima carrozza con destinazione la fastosa residenza di villa Salviati in via Bolognese a Ponte alla Badia nei pressi di Firenze. E’ qui che elessero la loro dimora, Un tempo in aperta campagna, poco distante dal centro di Firenze che li accolse con tutti gli onori sinanco alla corte De’ Medici coi quali Jacopo Salviati vantava una lontana parentela, Il nonno Jacopo aveva infatti sposato Lucrezia de’ Medici, la figlia di Lorenzo il magnifico. Ad un anno dalle nozze non vi è segno di gravidanza e Jacopo, preoccupato di assicurare la discendenza al proprio casato, si reca con Veronica a Montevarchi, nella Collegiata di San Lorenzo a far voti  sulla reliquia del Sacro latte di Maria, promettendo in offerta un ricco regalo consistente in un nuovo tabernacolo a contenere le sacre reliquie, commissionato all’orafo fiorentino Michele Genovini. Se ci fu l’intercessione di Maria non ci è dato sapere, fatto è che il 29 dicembre del 1629, gli sposi annunciano la nascita del primogenito Francesco Maria. Ma l’apparente felicità cela dissapori familiari e  il matrimonio  andrà ben presto a naufragare. “All’indole altera e superba”, le cronache dell’epoca aggiungono che Veronica non volesse “coricarsi col marito o si vero a suo talento. E quando a lei piaceva, e come noi usiamo dire a punti e luna”. E’ pur vero che la coppia ebbe altri due figli, Lorenzo il 23 ottobre 1631 e Carlo l’11 gennaio 1633, entrambi nati a “punto e luna”? Sta di fatto che Jacopo teneva una condotta a dir poco libertina. Il paravento ai frequenti tradimenti glielo offrivano le Compagnie di Spirito, tra queste quella di Sant’Antonio Abate, detta  la Buca, una confraternita di patrizi che si riunivano per scopi devozionali.  Ma così non era per Jacopo che, furtivamente, svicolava per altri lidi... Complici Cosimo de’ Pazzi, detto il Semplice, e i fratelli Canacci che lo introdussero, Jacopo iniziò a frequentare la casa di Caterina Brogi, una giovane, bella, avvenente e molto desiderata. Dicevamo dunque della frequentazione di Jacopo con Caterina. Da occasionale, si trasformò, per entrambi, in ardente passione, passione che non passò inosservata agli occhi di Veronica. Lei, principessa di rango, non poteva sopportare il tradimento del marito, oltretutto consumato con una “popolana”  seppur molto bella.  I tentativi di interrompere la relazione, riversando su Jacopo tutto il suo sdegno, fallirono miseramente. Affrontò quindi la rivale, avvicinandola durante la funzione religiosa, nella chiesa  di San Pier Maggiore, dove abitualmente si recava a Messa,  ma  per tutta risposta fu oltraggiata e pubblicamente derisa. Veronica, umiliata e ferita nell’orgoglio, matura in cuor suo la vendetta, una atroce vendetta. Motivo scatenante l’esser venuta a conoscenza, da pettegolezzi tra comari, che Caterina era in cinta di tre mesi? Quali sarebbero state le conseguenze di una eventuale nascita? Vero o falsa che fosse la nascita non poteva essere tollerata. Veronica deve sbarazzarsi della rivale e del frutto della relazione amorosa.  Fallito un presunto tentativo di avvelenamento, architettò un altro disegno. Con la verisimile complicità del fratello Alberico II e il placet paterno di Carlo, assolda, pagandoli a peso d’oro, tre sicari, capeggiati da tal Uguccione, reclutati tra i “banditi” del ducato di Massa. Il piano criminoso prevede l’uccisione di Caterina da eseguirsi di sera, tra le mura di casa, lontano da occhi indiscreti. Trovati gli esecutori materiali, non resta  che cercare qualcuno, ben introdotto, che li guidi senza destar sospetti. E questo qualcuno Veronica non fatica a trovare nei figli di Giustino Canacci, Bartolommeo e Francesco, che mal sopportavano la matrigna, non da ultimo per essere stati respinti dalle insistenti profferte amorose. Dietro lauto compenso furono convinti da Veronica che così agendo avrebbero salvato l’onorabilità della loro famiglia infangata dal comportamento libertino di Caterina. E’ qui a casa Canacci di via de’ Pilastri, 4 che si compie l’orrendo delitto.  E’ il sabato 31 dicembre  del 1633. (Da non credere trattarsi dell’ultimo dell’anno, evento che all’epoca era in uso a Firenze festeggiarsi la notte del 24 di marzo.) Caterina è in casa con la domestica e gli amici  Lorenzo Serzelli e Vincenzo Carlini quando Bartolommeo, alle tre (le venti dei giorni nostri) bussa al portone. La domestica, riconosciutolo, ignara delle sue intenzioni,  gli apre, ma dall’ombra che li celava alla vista,  i tre sicari, armati di pugnali, fanno irruzione in casa. Salgono velocemente le scale che conducono al piano superiore. Le urla della domestica, divenuta scomoda testimone, sono soffocate nel sangue. Serzelli e Carlini, vista la mal parata, fuggono dalla soffitta attraverso i tetti. La povera Caterina  implora i carnefici di salvarle la vita ma, sordi alle suppliche, i sicari  assolvono il loro macabro compito. Caterina è uccisa barbaramente e il corpo  fatto a pezzi. Le recidono la testa e una gamba e, o per paura o per orrore, interrompono l’orrenda mattanza per fuggire rapidamente giù per le scale portando appresso i corpi straziati delle vittime. Ad attenderli al portone di casa, una carrozza sulla quale si dileguano nell’oscurità. I corpi delle sventurate saranno in parte gettati nel pozzo della vicina piazza Sant’Ambrogio e parte in Arno, eccetto la testa di Caterina che,  come stabilito, sarà consegnata a Veronica quale prova del misfatto compiuto. A completare la vendetta, manca la rivalsa sul consorte fedifrago e a Jacopo sarà servita su un piatto d’argento. Nei  giorni festivi, Veronica era solita far avere al marito, per il tramite della sua damigella, abiti nuovi di ricambio  e dunque, il giorno successivo al massacro, primo gennaio e  solenne festività in cui si celebrava la circoncisione di Gesù Cristo, fa consegnare a Jacopo,  nel solito vassoio d’argento, i collari alla spagnola a cannoncini inamidati, i manichini trinati e nuova  biancheria pulita, ma fra questa vi cela anche la testa mozzata della povera Caterina. La sorpresa e l’orrore di Jacopo alla vista di quel macabro trofeo sortirono “doglianze, esclamazioni, lamenti mandati fino al cielo, dolore, angoscia e lagrime”. Non conosciamo la reazione che ebbe nei confronti di Veronica ma è presumibile pensare che, vuoi per i figli, vuoi per sfuggire al clamore che inevitabilmente ne seguì, vuoi, non da ultimo, per l’intervento del Granduca di Toscana Ferdinando II, volto a non incrinare i rapporti col Ducato di Massa che ne sarebbe inevitabilmente uscito infamato, Jacopo preferì allontanarsi dalla consorte e per lungo tempo “non volse trovarsi ov’ella fusse, e quando ell’era in Firenze (che di rado è seguito) se n’andava in una delle ville, o a Roma  dove ha la maggior parte de’ suoi beni”.

Il giorno seguente, il 2 di gennaio 1634, i Signori Otto, gli otto cittadini ai quali erano delegate le funzioni di polizia del Granducato, su segnalazione di alcuni renaioli, ritrovano in Arno i poveri resti di Caterina, identificata malgrado le mutilazioni subite “senza testa et mancho una coscia”.Amorevolmente raccolti, furono sepolti lo stesso giorno nella Chiesa di Santa Lucia sul Prato. Decisive, ai fini delle indagini, furono le testimonianze di Serzelli e Carlini, che la sera del delitto, scampati al pericolo, avevano trovato rifugio nella casa di fronte, da “zia Nannina” una nota ruffiana del rione,  da dove poterono osservare l’evento criminoso.  Bartolomeo Canacci  sarà immediatamente incarcerato, assieme al padre, ai fratelli Francesco e Giovanni, alle sorelle Maria e Caterina e al di lei marito Luigi Tedaldi. Gli indizi più gravi erano contro Bartolommeo e Francesco. Il primo, sottoposto ad atroci torture, confessò immediatamente, mentre Francesco, subì torture per 14 ore ma si professò innocente. Il 20 di novembre, dopo quasi un anno di prigionia e patimenti, fu emessa la sentenza : Bartolommeo fu condannato alla pena capitale, Francesco a tre anni di esilio, gli altri furono assolti per insufficienza di prove. La giovanissima figlia di Bartolommeo fece domanda al Granduca Ferdinando II che al padre fosse evitata l’infamia della processione dal Bargello al patibolo nel prato fuori Porta alla Croce. La domanda fu accolta e il 27 di novembre del 1634, ebbe luogo l’esecuzione col taglio della testa sulla Porta del Palazzo del Bargello in piazza Sant’Apollinare (attuale San Firenze). Il corpo restò esposto per l’intera giornata prima di essere sepolto nella tomba dei Canacci nella chiesa di S. Biagio. Dei sicari venuti da Massa non si saprà più nulla e la Giustizia fiorentina “o perché non avesse cognizione delle persone, o perché ben sollecitamente si salvassero fuori dello Stato, o qualunque altra ragione, non fu fatta inquisizione alcuna.” Nei confronti di Veronica “senza far contro di lei altra dimostrazione, le diede l’esilio, dal quale ancora non molto dopo fu liberata”. La sentenza fece scalpore in tutta Firenze e indignò popolo e nobiltà, si disse infatti che : “fu punito con pena capitale il meno colpevole, mentre la duchessa, mandante e organizzatrice dell’orrendo misfatto, non ebbe altro castigo se non quello della propria coscienza”. Dunque per Veronica, più che di un esilio si trattò di un volontario ritiro nella villa di San Cerbone in Val d’Arno, lontana da Jacopo, dai pettegolezzi, ma anche dalla Granduchessa Cristina di Lorena, (moglie del  Granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici) adirata per una assoluzione che il nipote, il Granduca Filippo II, si era trovato “costretto” ad avallare. In quel di Cerbone, ormai certa dell’impunità, crebbe in Veronica la non ancor appagata  sete di vendetta, se è vero che maturò il proposito di far eliminare anche il capitano Cosimo de’ Pazzi, reo di aver fatto da ruffiano, e Carlini, quale scomodo testimone del delitto (di Serzelli nulla ci è dato sapere). E se non vi riuscì fu perché Jacopo pensò bene di avvertire entrambi delle intenzioni di Veronica, così che, allertati,  “Cosimo andava in giro di giorno guardingo e ben armato e la notte ben accompagnato”, mentre Carlini  “si allontanò dal Granducato per un lungo viaggio con Ottavio Pucci Maestro di camera del Cardinale Carlo de’ Medici”.

Jacopo, dopo il tragico evento, dal maggio del 1634 si trasferisce a Roma nel sontuoso palazzo di famiglia in via Lungara sul lungo Tevere, palazzo, La vulgata vuole che rinunciasse al libertinaggio come sorta di pentimento, un pentimento  non  suffragato però dai fatti. Nel 1648, accompagnato da una dozzina di servitori, risulta che il Duca intraprese  un tour in Italia Un viaggio di piacere in tutti i sensi perché allietato da un certo numero di “puttane”, così come è registrato tra le spese di viaggio, per la cifra di 1.070 scudi.  Veronica, Dopo gli anni trascorsi a Villa di San Cerbone, raggiunse Jacopo a Roma a palazzo Salviati in via Lungara. E in questo palazzo, a sette anni dal delittuoso episodio, abbiamo notizia di un qualche riavvicinamento tra Jacopo e Veronica. Se riavvicinamento ci fu, abbiamo ragione di credere che per entrambi fu solo di facciata e/o per convenienza diplomatica. Il risentimento di Veronica per i tradimenti subiti non ebbe mai pace e Jacopo è presumibile non l’abbia mai perdonata. Ma se Veronica non ebbe più il rispetto del marito, lo ebbe forse dai figli che dovettero starle vicino. Jacopo muore il 6 aprile del 1672 all’età di 65 anni e  i figli Carlo e Lorenzo due anni dopo, nel 1674, rispettivamente a 41 e 43 anni. Veronica non si allontanerà più da Roma restando a palazzo col figlio Francesco Maria e col nipote Antonio Maria, nato nel 1665 dall’unione con Costanza Sforza. Veronica muore l’8 settembre 1691 all’età di 79 anni e 9 mesi. Il corpo fu tumulato, di notte,  nella cappella dei Salviati all’interno della Chiesa di Santa Maria Sopra Minerva, tuttavia della tomba non rimane alcuna traccia. All’estinzione della dinastia Salviati, avvenuta nel 1809 con la morte di Anna Maria VII duchessa di Giuliano, la Cappella fu acquistata dai Della Rovere e la tomba di Veronica, unitamente alle altre dei Salviati, rimossa, o spostata o semplicemente ricoperta da altri monumenti. Leggenda vuole che al corpo di Veronica sopravviva il suo spirito che vagherebbe di notte nella villa di San Cerbone, dal 1890 adattata a Spedale qual è tutt’oggi. Si racconta infatti che già alla fine dell’800 il custode vedesse aggirarsi l’ombra di due donne che si rincorrevano, una delle quali senza testa. Ma anche in tempi recenti, episodi strani, oggetto di trasmissioni televisive, sono stati riferiti da medici e infermieri. Insomma sembra proprio che Veronica, fatta salva da viva, sia dannata da morta. A ricordo del terribile misfatto nel loggiato interno della villa Cerbone è tutt’ora affissa una lapide che così recita :“Esempio singolare dei costumi del tempo Veronica Cibo inviata al marito infedele Jacopo Salviati la testa recisa della rivale Caterina Canacci in questa sua villa riparava a godere la gioia amara della compiuta vendetta.       Gennaio MDCXXXIV”.

 

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