Immagine creata con A.I.
Quando il prezzo della carne al supermercato sale, si tende a pensare che gli allevatori stiano guadagnando di più. La realtà è opposta. Mentre i listini al consumo crescono, i margini alla stalla si azzerano, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del settore. Dietro un chilo di carne ci sono costi enormi: mangimi, energia, carburante, veterinari e burocrazia. Tra il 2005 e il 2024, a fronte di una crescita del valore della produzione zootecnica del 62 per cento, i costi di gestione sono schizzati dell'82 per cento, secondo i dati di settore. Una forbice che soffoca le aziende, incapaci di scaricare questi rincari a monte. Il pericolo per l'Italia è enorme. Già oggi copriamo solo il 40 per cento del nostro fabbisogno di carne bovina, mentre oltre il 60per cento arriva dall'estero. Ogni volta che un'azienda chiude, il consumo non sparisce: aumentano solo le importazioni. Questo fenomeno colpisce duro soprattutto i territori più fragili. Pensiamo a realtà come la Lunigiana, dove la zootecnia non è solo economia. Pascoli, filiere locali e valorizzazione delle razze autoctone rappresentano un argine prezioso contro lo spopolamento, l'abbandono dei campi e il dissesto idrogeologico. Perdere le stalle in questi comprensori significa perdere l’identità e la sicurezza del territorio. La zootecnia italiana vale oltre 22,7 miliardi di euro (il 30 per cento dell'agricoltura nazionale). Senza allevatori pagati il giusto, la carne italiana verrà sostituita da quella prodotta altrove: sta a noi decidere se difendere la nostra filiera o dipendere totalmente dall'estero.









