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   Anno XI 
Lunedì 12 Ottobre 2026
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Scritto da Vinicia Tesconi
Parliamone
12 Ottobre 2026

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A leggere il volantino della Cgil che invita alla mobilitazione e allo sciopero contro il governo di Giorgia Meloni per la giornata dei mercoledì 14 ottobre, se ne deduce che in Italia ci sia un regime che ha eliminato il diritto di manifestare il proprio dissenso con cortei e scioperi nazionali e locali. I sottotitoli della manifestazione che avrà il suo cuore a Massa, per sostenere i manifestanti propal che un anno fa, in una delle duecentomila manifestazioni che sono state fatte anche in terra apuana a sostegno generico e, ovviamente, solo verbale, alla Palestina, decisero di invadere i binari della stazione bloccando temporaneamente il traffico ferroviario, indicano come finalità della mobilitazione nazionale, la protesta contro i pacchetti sicurezza del governo e la libertà di manifestare e fare sindacato. In effetti, bisogna ammettere, anche solo prendendo in esame la stessa terra apuana, che sarà onorata dalla presenza del segretario nazionale della Cgil, Maurizio Landini – perché il sindacato che lui dirige, in effetti esiste ancora, ma forse solo temporaneamente,  come del resto esistono Cisl, Uil, UGL, CONFSAL, CISAL, CUB, USB, COBAS, FIALS, FISI, ORSA e un numero non precisato di altre sigle sindacali, che sicuramente saranno in procinto di essere chiuse dal governo Meloni – che il problema sicurezza è, in realtà solo un problema di percezione, come ha fatto notare uno dei sindaci della Provincia, cioè più immaginario che reale. Un uomo ucciso a pugni e calci per futili motivi, rapine, scippi, furti in negozi e abitazioni o ai danni di persone che transitano semplicemente per strada, risse e regolamenti di conti nei piazzali dei supermercati in orario di apertura e forze dell’ordine che rispondono di non poter intervenire per mancanza di personale concentrato in continue e persistenti emergenze, vilipendio e rapine nei luoghi sacri della cristianità, spaccio esteso un po’ ovunque, sono, in effetti, delle distorsioni mediatiche finalizzate a generare un sentimento di insicurezza che faccia accogliere bene eventuali misure restrittive del governo. Appunto quelle contro cui la Cgil ha indetto la manifestazione.  Anche lo scopo di difendere l’ormai perduto diritto di protestare e manifestare è ovviamente supportato da numeri: secondo il ministero delle infrastrutture nel biennio 2023-2024  sono stati proclamati 518 scioperi e realizzati 314. Secondo la Commissione di Garanzia sugli scioperi dell’ufficio studi della Camera nel 2024-2025 ne sono stati indetti  3121 e realizzati 958. La stessa stampa schierata col Pd, come il giornale online Domani, per dimostrare che non è vero che siano aumentate le manifestazioni contro il governo da quando Meloni è presidente del consiglio, riporta il dato di 1129 agitazioni effettuate nel solo 2023, sottolineando che contro i governi Renzi e Gentiloni ne vennero fatte di più. I numeri non mentono, si sa, e dicono chiaro che in Italia, da quando Meloni è al governo, il diritto di protestare e manifestare è stato drasticamente limitato fino quasi ad essere soppresso. L’ultima motivazione dello sciopero di mercoledì è quella di sostenere i 36 pacifici propal massesi che il 3 ottobre del  2025 decisero di allargare il percorso della loro manifestazione antisionista e a favore della Palestina, previsto e segnalato alla questura, andando  alla stazione e scendendo  nei binari per impedire il passaggio dei treni. Anche qui, sacrosanto: il diritto di protestare e manifestare include anche la possibilità di non rispettare le leggi e di commettere reati come spaccare vetrine, spaccare auto, attaccare le forze dell’ordine, bloccare strade e bloccare treni, perché il disagio causato a chi non c’entra nulla con la protesta in atto deve essere massimo e perché la manifestazione di protesta è un diritto al di sopra di ogni legge.

In effetti  il Decreto Sicurezza (D.L. n. 48/2025), diventato legge, dice che : “Dal 5 giugno 2025 bloccare strade o ferrovie, anche in modo pacifico, diventa reato: la nuova legge prevede il carcere fino a due anni, sanzioni aggravate per proteste collettive e polemiche su diritti costituzionali e opere pubbliche. Chi ferma il traffico bloccando fisicamente una strada o una ferrovia rischia il carcere. Chi si siede o si sdraia sull’asfalto per ostacolare il transito, anche in modo pacifico e solitario, ora commette un vero e proprio reato. La pena può arrivare fino a 30 giorni di carcere o, in alternativa, consistere in una sanzione pecuniaria fino a 300 euro. Se a compiere l’azione sono più persone, la sanzione diventa molto più pesante: si rischiano fino a due anni di reclusione”, ma è un decreto della Meloni, quindi uno di quelli contro cui si fa lo sciopero del 14 ottobre. Sicuramente non vale ai fini del processo che i 36 propal dovranno affrontare. Si chiederà invece di applicare la misura precedente a questo decreto legge, cioè il Decreto Sicurezza del 2018 che classificava l’invasione e il blocco di strade e binari come illeciti amministrativi punibili con multe comprese tra 1.000 e 4.000 euro, senza conseguenze penali. Il decreto venne firmato da Giuseppe Conte nel suo primo mandato da premier, quando pur di occupare la poltrona suprema si erano accordati Movimento 5 stelle e Lega e infatti il decreto in questione fu voluto da Matteo Salvini. Che non ci sarà alla manifestazione del 14 ottobre di quest’anno, mentre Conte con tutto il suo movimento 5 stelle, compreso quello di Carrara, invece sì. Ci sarebbe, in effetti,  anche  il reato di ‘interruzione di pubblico servizio’ che dice che “Chi, esercitando imprese di servizi pubblici o di pubblica necessità, interrompe il servizio, ovvero sospende il lavoro nei suoi stabilimenti, uffici o aziende, in modo da turbare la regolarità del servizio, è punito con la reclusione da sei mesi a un anno e con la multa non inferiore a euro 516. I capi, promotori od organizzatori sono puniti con la reclusione da tre a sette anni e con la multa non inferiore a euro 3.098”, ma qui si vince facile: l’articolo 331 del Codice Penale – quello appena citato appunto – risale addirittura al 19 ottobre 1930, in piena dittatura fascista, come oggi del resto. E quindi a profusione si accodano sigle  e associazioni – quelle locali che si definiscono apartitiche, ma che, giustamente si schierano sempre e solo dalla stessa parte – per prendersi la propria fetta di consensi, o forse solo qualche like sui social, nel ribadire la propria limpidità morale e superiorità culturale che li fa stare dalla parte di chi difende il diritto di protestare e di manifestare  in nome dei più alti valori della democrazia. Anche quando nessuno mai si è sognato di negare alcun diritto, men che meno quello di protestare. Ma è qui che si vedono i duri e puri. Quando si indicono scioperi nazionali, si creano disagi e perdite economiche immense in maniera preventiva. Così quando arriverà una dittatura vera, loro saranno già pronti.

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