"Si trascina ormai da anni, nel dibattito pubblico italiano ed europeo, un cortocircuito logico e dottrinale legato all'applicazione della Direttiva Bolkestein al settore balneare. Una narrazione tecno-burocritica che confonde sistematicamente la teoria economica con la realtà sociale ed aziendale del nostro Paese. Al centro di questo scontro c'è il concetto dogmatico di "scarsità della risorsa", utilizzato come una clava regolatoria per imporre la messa all'asta degli stabilimenti balneari italiani, ignorando le peculiarità storiche, geografiche ed economiche della nostra penisola". Lo scrive in un comunicato Gianni Ilari dell'associazione "Città al centro dai monti al mare".
"Con la sentenza n. 4480 del 2025 - prosegue Ilari - il Consiglio di Stato ha ribadito che la valutazione della scarsità della risorsa non può limitarsi ad aspetti meramente quantitativi, ma deve comprendere un'accurata analisi qualitativa. Ma dopo anni di proclami, la Grande Europa decide di "passare la palla" alle amministrazioni locali, scaricando sui Comuni il peso di decisioni strategiche e contenziosi infiniti.
1. L'equivoco della "Scarsità": limitata per i cittadini, non per i profitti
In economia e nel diritto, un bene si definisce scarso quando la sua disponibilità fisica non è sufficiente a soddisfare le esigenze primarie della popolazione. Se applichiamo tale principio alle coste italiane, la scarsità è un problema che riguarda esclusivamente la sfera democratica e cittadina: lo spazio per stendere liberamente un asciugamano, la fruibilità della battigia, il diritto di godere del paesaggio naturale senza barriere.
L'impostazione europea e la giurisprudenza amministrativa hanno invece operato un pericoloso ribaltamento concettuale. La "scarsità" viene oggi invocata come se la priorità assoluta fosse la mancanza di spazi per nuovi investitori o multinazionali del turismo. Ci viene spiegato che le spiagge devono andare a gara perché ci sono troppi pochi gestori rispetto ai pretendenti che vorrebbero fare profitto sul demanio pubblico.
Ma questo è un palese inganno logico: il cambio di gestione non crea un solo centimetro quadrato di nuova sabbia. Sostituire il gestore storico di uno stabilimento balneare – magari legato alla stessa famiglia dal secondo dopoguerra – con un fondo d'investimento o una multinazionale non "amplia" il bene per la collettività. Cambia unicamente l'intestatario del profitto, sterilizzando il tessuto sociale ed economico locale.
2. La cecità dell'Europa sul valore dell'Avviamento Commerciale
Accanto all'equivoco sulla scarsità fisica della costa, vi è un secondo, grave vulnus contabile ed economico che l'Europa matrigna finge di non vedere: l'avviamento dell'attività aziendale.
Un paradosso fiscale e tributario
In qualunque transazione commerciale, compravendita o cessione di ramo d'azienda – compresi i controlli effettuati dallo stesso Agenzia delle Entrate e dai Ministeri competenti – all'avviamento commerciale viene riconosciuto un valore economico certo, quantificabile e tassabile. Come si può far finta che cinquant'anni di reputazione, investimenti, marketing, cura del territorio ed efficienza gestionale valgano zero nel momento in cui l'Europa impone l'esproprio d'ufficio per gara pubblica?
Le imprese balneari italiane non sono semplici "chioschi sulla sabbia": sono aziende complesse che hanno bonificato coste degradate, realizzato opere di difesa dall'erosione, integrato la ricettività alberghiera e inventato la formula dell'accoglienza che ha reso l'Italia celebre nel mondo. Trattare queste realtà come puri "lotti demaniali" privi di valore immateriale significa calpestare i principi fondamentali del diritto d'impresa e del diritto di proprietà aziendale.
3. La delega ai Comuni e l'assenza di regole nazionali
L'atteggiamento dell'Unione Europea rivela la propria natura matrigna nel momento in cui, dopo aver preteso l'azzeramento del modello italiano in nome dell'astratta concorrenza, arretra di fronte alla complessità reale e demanda la patata bollente della "scarsità" e dei criteri di assegnazione alle singole amministrazioni locali. I piccoli Comuni costieri si trovano così sprovvisti di coperture legislative chiare, esposti ad un contenzioso permanente e privi di linee guida nazionali omogenee.
Ad oggi, l'Italia paga l'assenza di un quadro regolatorio certo che preveda:
La misurazione oggettiva e scientifica della reale disponibilità di costa balneabile (che in molti contesti regionali non è affatto scarsa);
Il pieno ed equo riconoscimento dell'avviamento aziendale per gli uscenti;
Il calcolo dei sacrosanti indennizzi a carico dei subentranti, commisurati agli investimenti effettuati in virtù di leggi dello Stato che garantivano il legittimo affidamento.
Ripartire dal cittadino e dalla difesa del modello italiano
Se la tutela di un bene scarso fosse il vero obiettivo della direttiva comunitaria, le priorità dell'agenda politica sarebbero di ben altra natura: difesa dall'erosione marina, calmieramento dei prezzi per le famiglie, sostenibilità ambientale e salvaguardia dell'identità culturale del territorio. Trasformare le spiagge italiane in prede finanziarie per il miglior offerente significa dimenticare che la vera ricchezza delle nostre coste non è la sabbia grezza, ma l'impegno, il lavoro e l'ospitalità delle famiglie che l'hanno valorizzata per generazioni", termina Gianni Ilari.