Il dibattito sulla sicurezza in Europa si arricchisce di un nuovo tassello grazie all'analisi dell'onorevole Souad Sbai, giornalista, ex parlamentare ed esperta di islamismo politico, in un intervento pubblicato su Il Tempo e ripreso da Dire News Oggi.
𝐔𝐧 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐥𝐥𝐞
Secondo Sbai, gli studi più autorevoli sull'islamismo politico — da Bassam Tibi a Gilles Kepel, passando per Olivier Roy, Lorenzo Vidino, Fernando Reinares e Ahmad Mansour — convergono su un punto: la minaccia jihadista non si combatte più soltanto sul piano militare o dell'intelligence, ma richiede di affrontare l'intero sistema politico, sociale e digitale che la alimenta. La domanda che pone l'onorevole è diretta: l'Europa è davvero attrezzata per questa sfida allargata?
𝐈𝐥 𝐧𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐢𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚𝐭𝐚
Uno dei punti centrali dell'analisi riguarda l'errore strategico di aver trattato per anni immigrazione, sicurezza e radicalizzazione come questioni separate. Richiamando le tesi di Ahmad Mansour, Sbai osserva che ridurre l'integrazione a una somma di lavoro, lingua e accesso ai servizi, senza includere il senso di appartenenza civica e l'adesione ai valori democratici, produce un vuoto che può essere colmato da identità alternative e non di rado ostili al sistema democratico stesso.
Per l'onorevole, una democrazia non va intesa come semplice confine geografico, ma come un patto di regole — libertà individuale, uguaglianza davanti alla legge, pluralismo, libertà religiosa, rifiuto della violenza politica — che "non ammettono negoziati". Quando questi principi vengono messi in discussione in nome dell'appartenenza comunitaria, avverte, l'integrazione rischia di trasformarsi in separazione.
𝐃𝐢𝐬𝐭𝐢𝐧𝐠𝐮𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞
Sbai insiste su un punto delicato ma centrale: analizzare con chiarezza le differenze tra Islam, islamismo politico dei Fratelli Musulmani e jihadismo non significa colpire una fede religiosa, bensì fare luce sulle reti transnazionali di finanziamento, organizzazione e propaganda che sostengono queste ideologie. È un distinguo che, secondo l'onorevole, l'Europa ha spesso evitato per timore di alimentare accuse di discriminazione, finendo però per indebolire la propria capacità di lettura del fenomeno.
𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞
Perso il controllo diretto di un territorio, l'estremismo islamico — sostiene Sbai — continua a esercitare influenza attraverso l'attivismo online, le reti transnazionali e la pressione esercitata su specifiche comunità, promuovendo modelli identitari alternativi a quelli delle società occidentali. Paesi come Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito rappresenterebbero, secondo questa lettura, varianti dello stesso problema: società formalmente multiculturali ma segnate da fratture identitarie e dalla difficoltà di costruire un'idea condivisa di cittadinanza.
𝐈𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚
La conclusione dell'onorevole Sbai è netta: la sfida non si misura contando i terroristi individuati dalle forze dell'ordine, ma valutando la capacità di uno Stato di costruire appartenenza, far rispettare le proprie regole e difendere senza cedimenti il proprio ordine democratico. La radicalizzazione, scrive, è quasi sempre "l'ultimo anello di una catena": la partita decisiva si gioca molto prima, nella scuola, nelle periferie, nelle carceri e negli ambienti digitali.
Trattare il fenomeno come una semplice emergenza di ordine pubblico, secondo Sbai, significa condannarsi a rincorrere il problema anziché prevenirlo — intervenendo solo quando la radicalizzazione è già avvenuta e risulta molto più difficile da arginare.
Fonte: Souad Sbai, "L'Europa e la capacità di affrontare la minaccia jihadista", Il Tempo, ripreso da Dire News Oggi.
La minaccia jihadista cambia volto: l'Europa è davvero pronta?
Scritto da Carmen Federico
Politica
20 Agosto 2026
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