Cisl e Filca Cils Toscana Nord hanno analizzato i dati dell'Osservatorio del marmo: "I dati dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Marmo, frutto della collaborazione tra Comune di Carrara, Camera di Commercio Toscana Nord-Ovest, Consorzio Zona Industriale Apuana e Agenzia delle Dogane, offrono una fotografia articolata della filiera del marmo apuano. Tuttavia, una lettura complessiva evidenzia più contraddizioni strutturali che segnali di vera ripresa, nonostante una narrazione che tende a enfatizzare alcuni dati positivi. Viene infatti messo in evidenza un quadro che parla di estrazione ai minimi storici, export in crescita e occupazione in parziale aumento. Una lettura che rischia però di essere limitata e fuorviante se non si analizzano a fondo i numeri e, soprattutto, le loro ricadute reali su lavoro, imprese e territorio. Il dato dell’estrazione complessiva ai minimi storici non può essere considerato neutro, né tantomeno positivo. La riduzione dell’escavato – sceso da una media storica di circa 900.000 tonnellate annue a poco più di 600.000 – ha un impatto diretto sull’occupazione in cava, sulle imprese più piccole e sulla tenuta complessiva della filiera locale. Meno estrazione significa meno lavoro diretto, maggiore fragilità per molte aziende e un indebolimento strutturale del cuore produttivo del settore. Non si tratta di un fenomeno transitorio, ma dell’esito di un trend pluriennale che mina alla base la ricchezza materiale da cui tutta la filiera dovrebbe partire. Anche se estrazione ed ambiente sono le due facce della stessa medaglia.
Il report segnala una crescita del valore delle esportazioni, specie locali, con il superamento dei 600 milioni di euro, di cui circa 418 milioni riconducibili al marmo lavorato, e un rafforzamento del ruolo del distretto apuano sui mercati nazionali e internazionali. Tuttavia, questi numeri monetari non dicono nulla su chi beneficia realmente di tali incrementi. L’aumento dell’export e del fatturato riguarda prevalentemente una parte ristretta di aziende strutturate, capaci di collocarsi sui mercati globali e di valorizzare il prodotto lavorato, mentre molte imprese locali restano ai margini o faticano a trarne vantaggi concreti. Il risultato è un settore sempre più polarizzato, con poche imprese solide e decine di aziende che faticano a restare sul mercato e a rispettare gli impegni assunti con il Comune, in particolare in materia di tracciabilità e rispetto della quota del 30 per cento di marmo frantumato. In questo contesto, parlare di “ripresa diffusa” appare quanto meno prematuro. Anche il dato sull’occupazione, compresa la crescita di quella giovanile nella fascia 15-29 anni ( e meno male..) , va letto con grande cautela. Un aumento percentuale, perlatro nell'ordine di sole poche decine di unità', non basta se non si chiarisce dove, come e con quali condizioni cresce il lavoro. Senza informazioni sulla stabilità dei contratti, sui diritti e sulla qualità dell’occupazione (al piano), il rischio è quello di una crescita apparente che nasconde precarietà e una base occupazionale complessivamente fragile. Occupazione e marmo, oggi, non parlano più la stessa lingua, soprattutto per quanto riguarda il lavoro in cava e una parte significativa dell’indotto locale.
La L.R.T. 35 e gli strumenti normativi regionali vengono indicati come fattori che iniziano a produrre effetti positivi, insieme a un aumento degli investimenti nel settore. Tuttavia, i risultati concreti sulla cosiddetta “filiera” restano ben al di sotto delle attese. Le norme, da sole, non bastano se non sono accompagnate da controlli efficaci, regole chiare, trasparenza e politiche industriali coerenti, capaci di governare il settore e ridurre le disuguaglianze tra imprese.
Infine, anche la maggiore redditività media delle imprese, evidenziata dall’Osservatorio, va contestualizzata. Se cresce la redditività di pochi mentre si restringe la base produttiva e occupazionale, il risultato non è un settore più sano, ma un comparto più fragile e diseguale, meno capace di garantire lavoro stabile, sostenibilità ambientale, sicurezza su lavoro e ricadute positive per il territorio, lasciando inalterate anche le gravi difficoltà di rapporto con l’ambiente.
Per questo serve una riflessione seria e non autocelebrativa. Senza un cambio di passo reale su regole, controlli e politiche industriali, il rischio è che dietro buoni titoli e numeri positivi resti un settore strategico sempre più sbilanciato e indebolito.









