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Scritto da Carmen Federico
Cronaca
26 Aprile 2026

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Come racconta Sara Del Corona su Marie Claire Italia, a Pontremoli, nel cuore della Lunigiana, esiste un luogo che pochi conoscono: l'Istituto Penitenziario Minorile femminile, l'unico in Italia e uno dei soli due in tutta Europa. Un edificio grigio e anonimo lungo la sponda sinistra del torrente Verde che nasconde qualcosa di straordinario: il tentativo quotidiano, ostinato, di rimettere insieme i pezzi di vite spezzate troppo presto.Nel 2025 i detenuti nei 17 istituti penali minorili italiani erano 572, di cui solo 21 ragazze. Una minoranza nella minoranza. Il modello italiano non punta sulla detenzione come strumento principale: la maggior parte dei minori viene seguita attraverso percorsi educativi, comunità, o la "messa alla prova" — un cammino riabilitativo che, se concluso con successo, estingue il reato. Eppure chi finisce a Pontremoli spesso non ha avuto altra strada. O meglio: non gliene è stata offerta una in tempo. A guidare l'istituto c'è la dottoressa Francesca Capone, laureata in Scienze dell'educazione e in Scienze politiche, con un master in Scienze criminologiche. È arrivata in un momento difficile — sovraffollamento, rivolte, evasioni — con una squadra in gran parte neoassunta. "Piano piano ci siamo inventati e costruiti il nostro modo", racconta. Concretezza, umiltà, tenacia. Ha osservato un cambiamento nelle ragazze che arrivano: sempre meno reati contro il patrimonio, sempre più contro la persona. Una tendenza che legge come il segnale di qualcosa di più profondo: l'incapacità di leggere le proprie emozioni, di contenerle. E allora il carcere — paradossalmente — diventa il primo luogo in cui qualcuno si ferma davvero ad ascoltarle.
Le ragazze studiano, fanno teatro con ragazzi liberi, gestiscono un banchetto alla fiera medievale di Pontremoli. I compleanni si festeggiano — «e li festeggiamo forte», dice Capone. Sta lavorando per ottenere specchi infrangibili, perché quelle ragazze si guardano nel riflesso sfocato dell'ottone dei rubinetti. "Hanno bisogno di vedersi più limpidamente." Una metafora potente. E concreta. Mara ha tatuaggi che raccontano la sua storia: il nome della sorella, l'anno di nascita della madre, "Sorry" rivolto a lei. Cresciuta tra le case popolari, in un contesto segnato da dipendenze e assenza, ha iniziato a commettere reati prima dei 13 anni. Ora aspetta il colloquio con la comunità che la accoglierà. "Vorrei fare la parrucchiera o l'estetista", dice. Nella boxe ha trovato qualcosa che assomiglia alla libertà. Elisa, 20 anni, ha vissuto tre gradi di giudizio, lunghe attese, cambi di agenti. Ha preso il diploma fuori dall'istituto, vorrebbe iscriversi a psicologia. "Mi sveglio ogni mattina contando i giorni che mancano", ammette. Ma racconta anche di un'agente che è stata come una sorella — presente, schietta, capace di volerle bene davvero.
C'è poi Luigia Salvato, commissario capo della polizia penitenziaria, che poteva fare il magistrato e ha scelto questo. A 30 anni, per vocazione. Viene da Avellino, si è trasferita a La Spezia, il suo ragazzo ha chiesto il trasferimento a Firenze per starle vicino. Ogni mattina percorre chilometri per arrivare in quell'istituto. "Guardo queste ragazze e penso che sono state molto sfortunate. Parlo con loro singolarmente e sembrano incapaci di fare quello che hanno fatto." Ha imparato la pazienza di non insistere quando una ragazza chiede di essere lasciata stare. Sa che il momento più difficile non è una crisi, ma vedere una ragazza pronta a uscire, bloccata da vecchi reati che riaffiorano. I pianti. E poi ricominciare ad aspettare insieme a lei. Quando torna a casa continua a chiedersi se ha preso le decisioni giuste. Questo è il segno di chi fa questo lavoro con coscienza, non per abitudine.
Un luogo spesso invisibile, dove ogni giorno si sceglie di non abbandonare chi è già stato abbandonato troppe volte. E dove la dottoressa Capone e la comandante Salvato dimostrano che il riscatto, quando qualcuno ci crede davvero, è possibile.

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