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Scritto da Carmen Federico
Parliamone
25 Marzo 2026

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Il Governo ha deciso: per tagliare l'arretrato giudiziario e rispettare i target del PNRR, si ricorrerà a magistrati in pensione. Lo prevede un decreto legge che consente la nomina straordinaria di 200 magistrati ausiliari, assegnati agli uffici giudiziari con le maggiori difficoltà nel raggiungere gli obiettivi concordati con l'Europa. Il loro mandato è fissato fino al 31 dicembre 2026. Il compenso? 200 euro per ogni procedimento definito, fino a un massimo di 100 fascicoli nel periodo di incarico. I 48 uffici giudiziari coinvolti spaziano da Agrigento a Venezia. Il più grande e probabilmente il più gravato è quello di Napoli.La misura nasce da una necessità concreta: l'Italia deve rispettare gli impegni presi con l'Unione Europea nell'ambito del PNRR. La riduzione dei tempi processuali è una delle condizioni fondamentali per l'erogazione dei fondi europei. E i numeri dell'arretrato italiano sono impietosi: milioni di cause pendenti, tempi medi che in certi settori superano i sette anni, uffici al collasso.
Richiamare in servizio chi conosce già le aule di tribunale ha una sua logica emergenziale. Un magistrato in pensione non ha bisogno di essere formato. Sa già come si lavora. Ma è davvero una soluzione strutturale? La risposta è no. Duecento magistrati ausiliari, con un tetto di cento fascicoli ciascuno, significano al massimo ventimila procedimenti definiti. Una goccia nell'oceano di un arretrato che conta milioni di cause. Con un mandato che scade a dicembre 2026, il rischio concreto è che si tratti di un intervento tampone, destinato a rimandare il problema senza risolverlo. Il problema della giustizia italiana non si risolve con i rattoppi. Si risolve assumendo nuovi magistrati, investendo nel personale amministrativo, digitalizzando i processi in modo serio e uniforme su tutto il territorio nazionale. Si risolve con riforme che incidano sulla durata delle cause già dalla loro apertura.
Il ricorso ai magistrati in pensione è un segnale d'allarme che non può essere ignorato. La giustizia lenta non è solo un problema di efficienza burocratica — è un problema di diritti. Ogni anno in più che un cittadino aspetta una sentenza è un anno in cui il suo diritto resta sospeso, la sua vita bloccata, la sua dignità compressa. Nessun decreto emergenziale può sostituire una riforma coraggiosa e di lungo respiro. E questa, purtroppo, l'Italia aspetta ancora.

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