"Dire che una sentenza della Corte Costituzionale "non cambia nulla" per il proprio Comune è un esercizio di equilibrismo politico che appare sempre meno credibile. Eppure, è esattamente questa la linea politica scelta dal sindaco Arrighi, di fronte alla censura della Consulta verso l'obbligo rigido di filiera corta. Una difesa d'ufficio che, alla prova dei fatti e del diritto, assomiglia sempre più a una difesa politica sempre più fragile. La Arrighi, nel tentativo di difendere l'impianto comunale, punta oggi sulla distinzione temporale tra norme del 2015 e legge del 2025". Dichiara in un comunicato Filippo Mirabella, capogruppo consiliare, che prosegue: "Il fulcro della tesi del sindaco è basato sui tempi: la Consulta ha bocciato le norme della legge regionale del 2025, mentre i regolamenti di Carrara poggiano sulla legge del 2015. Quindi, secondo il nostro primo cittadino quel che e stato fatto nel passato è salvo. Ma invece si tratta di un clamoroso cortocircuito logico e giuridico. Nel nostro ordinamento, la Costituzione non viaggia a intermittenza: un principio non può essere "valido nel 2015" e "in contrasto con i principi costituzionali ed europei nel 2025". Se la Corte ha ritenuto incompatibile con i principi della libera concorrenza un sistema fondato su vincoli coercitivi alla commercializzazione del marmo, quel principio politico e normativo esce profondamente indebolito. La toppa temporale non regge l'urto del diritto. In più c'è la firma "con riserva" in data 31 Ottobre 2023 sulle concessioni da parte degli industriali del marno che è una vera bomba a orologeria nota da tempo. Peraltro la Arrighi insiste sul fatto che le aziende di escavazione abbiano firmato le convenzioni accettando l'obbligo della filiera corta ma la narrazione della "firma volontaria" ma la " riserva" non era un dettaglio burocratico: era il chiaro preavviso di una battaglia legale. Gli industriali hanno firmato in un quadro fortemente condizionato dalle scadenze e per non bloccare le attività, ma legando l'efficacia di quegli accordi all'esito dei ricorsi e dei pronunciamenti futuri.
Oggi, la sentenza della Consulta rischia di incidere anche sulla tenuta dei regolamenti comunali fondati sulla medesima impostazione. Le dichiarazioni della Arrighi rappresentano un rilevante sintomo di fragilità politica.
Che l'impianto della filiera corta e dei relativi regolamenti presentasse forti criticità era ormai evidente anche all'amministrazione comunale. Non è un caso se, obtorto collo, il sindaco ha dovuto cedere nel corso del tempo, decidendo di allungare di altri due anni il periodo transitorio proprio perché i nodi stavano venendo al pettine e l'applicazione rigida delle norme si stava rivelando impraticabile. Quello slittamento non è stato un atto di magnanimità, ma il termometro di una debolezza strutturale che oggi la sentenza della Consulta rende ancora più evidente. Ridurre la portata della sentenza della Consulta nel tentativo di difendere le scelte compiute — e un bilancio comunale che sul marmo poggia le sue fondamenta — è una strategia a brevissimo termine. La distinzione temporale tra le norme non elimina il nodo giuridico emerso con la sentenza: il principio della lavorazione obbligatoria sul territorio rischia oggi di entrare in forte contrasto con i principi della libera concorrenza richiamati dalla Corte Costituzionale. Al posto di dichiarazioni di facciata che negano l'evidenza, la città avrebbe bisogno di una presa d'atto realistica per capire come ridisegnare lo sviluppo del settore marmo prima che i tribunali amministrativi, alla luce della sentenza della Consulta, mettano seriamente in discussione le politiche della Arrighi e del PD a livello locale e regionale", conclude Filippo Mirabella.









