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Scritto da Redazione
Politica
18 Luglio 2026

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Nella partita plurisecolare tra la comunità carrarese e le imprese del marmo, queste ultime hanno deciso di scoprire le carte: in gioco non ci sono più soltanto la filiera, il contingente di marmo escavabile, i beni estimati o la pianificazione territoriale. Ora la posta in gioco è la proprietà stessa, addirittura quella degli stessi agri marmiferi comunali. Vedremo che carte hanno in mano e, soprattutto, vedremo se chi siede al tavolo da gioco vorrà e saprà giocare la sua partita a favore del bene comune e dell’interesse generale.Il riconoscimento di un diritto di enfiteusi comporta per il titolare ampi poteri: oltre al diritto di utilizzare il fondo, percepirne i frutti e sfruttarne il sottosuolo perpetuamente, potrebbe dargli la possibilità di reclamare la proprietà stessa del fondo, liberandosi dal vincolo del canone. Una vera e completa espropriazione della collettività carrarina a favore di pochissimi privati.Sarebbe troppo lungo riassumere qui la storia di tre secoli: le vicende degli ultimi trent’anni ci consentono però di fare un parziale bilancio e capire qualcosa di più.

Il regolamento del 1994 (amministrazione Fazzi Contigli) e le relative sentenze, fino a quella della corte costituzionale, hanno impedito per oltre trent’anni di portare avanti il disegno di privatizzazione che le imprese del marmo perseguono da ben tre secoli. Senza quelle norme e quella sentenza, veri e propri capisaldi della proprietà pubblica e dell’interesse collettivo, il disegno di privatizzazione avviato nel ‘94 con il sostegno del governo Berlusconi avrebbe avuto davanti a sé estese praterie. Oggi come allora l’offensiva imprenditoriale coincide con particolari condizioni della contingenza politica: governi nazionali di destra più o meno estrema, il convincimento degli industriali lapidei di aver di fronte amministrazioni comunali deboli, governi regionali incapaci di concepire una situazione di (sana) conflittualità con la parte industriale. Una parte “sociale” erede di quelli che persino il Governo Ducale della seconda metà del Settecento non esitava a definire “usurpatori” e che oggi invece trovano una classe politico-amministrativa capace di rinunciare reiteratamente al rilascio di regolari concessioni e a una pianificazione finalizzata alla tutela dell’incolumità pubblica, alla sicurezza del lavoro e al razionale sfruttamento dei giacimenti.

Eppure ci fu, tra il ‘94 e il ‘98, una stagione che vide atti formali, come il piano regionale delle attività estrattive e il piano strutturale, pensati e realizzati sulla base della precisa scelta politica di salvaguardare vasti territori (fra gli altri quello sottostante la zona di Campocecina e quello situato a nord est di Colonnata) ritenuti meritevoli di tutela per motivi di ordine paesaggistico, naturalistico e antropologico, escludendovi qualsiasi attività estrattiva. Ben altra cosa dall’incentivare l’estrattivismo e l’escavazione dietro l’affermazione di restare “al di sotto dei limiti massimi consentiti dalla pianificazione vigente”.

Di fronte a un attacco così deciso, in potenza disastrosamente risolutivo e i cui esiti potrebbero rivelarsi irrecuperabili, è necessaria una nuova e decisa postura, che continueremo a rivendicare, da parte dalla Regione Toscana e dal Comune di Carrara, ai quali chiediamo scelte precise tese a diminuire l’escavazione e a sostenere realmente una vera lavorazione del marmo. Non è comprensibile come in una fase storica in cui i diritti proprietari sembrano non avere argini, i diritti della proprietà pubblica e i demani collettivi non riescano a essere tutelati.

Del resto porre un argine alla prepotenza e alla prevaricazione è diventata anche una questione di democrazia: basti pensare all’atteggiamento assunto in questi giorni da Confindustria Marmo nei confronti dei lavoratori e dei loro sindacati, verso i quali esprimiamo la massima vicinanza e solidarietà. Ed è per questo che riteniamo che tra istanze dei lavoratori, diritti della cittadinanza e tutela dell’ambiente sia necessario trovare ogni convergenza possibile, in piena autonomia dal posizionamento dei livelli istituzionali che potranno assumere politiche adeguate solo a seguito di una forte pressione sociale. Al tavolo da gioco dobbiamo esserci tutti, non solo industriali e Comune.

Su questo terreno le nostre Associazioni danno la massima disponibilità a un fattivo confronto e non mancheranno di assumere specifiche iniziative

 

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