Il progetto di riqualificazione del complesso sportivo "La Caravella", finanziato con fondi PNRR, rappresenta una bellissima opportunità per rendere più accessibile e fruibile un'area centrale. Per questo, e per la natura dei fondi utilizzati, ho trovato doveroso leggere con attenzione la documentazione disponibile e, già un anno fa (quando i lavori sembravano volgere al termine), ho posto pubblicamente alcune domande (anche su una testata nazionale), senza spirito polemico, domande che mi permetto dunque di riproporre.
Il verde: conservazione o sostituzione?
La pineta della Caravella è classificata dal Piano Strutturale del Comune tra le "invarianti strutturali", cioè come un patrimonio da conservare e, nelle parti degradate, da ripristinare con fedeltà filologica. È un riconoscimento importante, che ne testimonia il valore storico, paesaggistico ed ecologico. La relazione tecnica prevede l'abbattimento delle alberature “compromesse" e il successivo ripopolamento attraverso uno studio agro-forestale. C’è però un dettaglio che preoccupa: la messa a dimora delle nuove alberature "sarà realizzata in una fase successiva al presente progetto", con risorse ancora non identificate. Gli abbattimenti, quindi, pagati con i fondi PNRR; le compensazioni, invece, arriveranno dopo, con tempi e garanzie non definiti. A questo punto è doveroso chiedere se esistono un piano vincolante per il ripristino arboreo, un cronoprogramma, una garanzia che le risorse arriveranno e, imprescindibile (perché obbligatorio), il calcolo delle compensazioni ecosistemiche.
Le perizie ci sono?
La documentazione non contiene, per quanto ho potuto verificare, perizie strumentali individuali per ciascun albero da abbattere: nessuna tomografia, nessuna prova di trazione, nessuna VTA per ogni singola pianta. La giustificazione all’abbattimento sembra basarsi su una valutazione complessiva di "senescenza" della pineta. Ma la senescenza non è di per sé un motivo per l’abbattimento di un albero: è una condizione fisiologica naturale, non una diagnosi di pericolosità. Un albero anziano può essere perfettamente stabile e, proprio grazie alla sua età, offre una capacità di sequestro del carbonio molto superiore a quella di un esemplare giovane. La decisione di abbattere deve pertanto fondarsi, sempre, come la letteratura scientifica raccomanda, su una valutazione integrata della stabilità e dello stato fitosanitario della singola pianta, non sull'età anagrafica. La scelta, poi, della sostituzione in blocco, invece di un intervento graduale, contraddice le raccomandazioni delle linee guida ISPRA e dei Criteri Ambientali Minimi, che prescrivono interventi graduali proprio per non creare vuoti ecologici improvvisi.
Il costo invisibile: cosa perdiamo con ogni pino abbattuto
Un pino adulto, come ogni albero maturo, svolge un ruolo attivo nel miglioramento della qualità ambientale: assorbe CO₂ e restituisce ossigeno attraverso la fotosintesi, trattiene le polveri sottili sugli aghi e nella corteccia, e intercetta una parte delle precipitazioni riducendo il deflusso superficiale. Una pianta giovane impiegherà decenni prima di restituire all'ambiente almeno parte di ciò che è andato perduto. Abbattere in blocco senza un bilancio trasparente tra ciò che si perde oggi e ciò che si guadagnerà tra tre o quattro decenni è una scelta che merita consapevolezza e trasparenza.
Il cemento si riduce davvero?
Il progetto dichiara una riduzione delle superfici impermeabili da 5.211 a 5.166 mq., un dato che viene presentato come indicatore di sostenibilità. Ma a leggere attentamente come esce fuori questo risultato sorge qualche legittima perplessità. Si demoliscono aree pavimentate e in disuso; si costruisce la nuova zona rotellistica sopra la vecchia pista del 1936, sfruttando "l'impermeabilità della pista sottostante". Però, si realizzano nuovi percorsi e strutture su aree oggi verdi. Il saldo numerico è neutro, ma la qualità ecologica del suolo cambia, perché si cementifica dove c'era prato e si "libera" dove c'era asfalto da decenni. Non è proprio la stessa cosa, perché un suolo compattato e sigillato da quasi un secolo, privo di biodiversità e il cui recupero richiederà decenni, non è minimamente equivalente al suolo vivo che oggi viene impermeabilizzato.
Il principio DNSH è veramente rispettato?
I fondi PNRR sono rigorosamente vincolati al rispetto del principio DNSH, "Do No Significant Harm", che impone quindi di non arrecare danno significativo all'ambiente in nessuna delle sue componenti: aria, suolo, acqua, biodiversità. Non basta, pertanto, la conformità formale, ma occorre non peggiorare la qualità ambientale nella sostanza. Anzi, la finalità prioritaria sarebbe quella di migliorare l’ambiente. Un progetto che abbatte alberi maturi senza perizie, che sceglie la sostituzione in blocco contro le raccomandazioni di gradualità, che costruisce su suolo verde compensando con superfici dismesse e che non produce un bilancio ecosistemico tra servizi perduti e futuri, fatica a dirsi pienamente conforme a questo principio. Mi chiedo se sia stata redatta una valutazione DNSH formale per questo progetto e se la Soprintendenza abbia valutato specificamente l'impatto sulle alberature e sulla qualità del suolo.








