Un solo voto. È bastato questo, martedì scorso, per affossare l'emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze nella legge elettorale dopo trent'anni di liste bloccate. Ma raccontare la vicenda solo attraverso il numero — 187 favorevoli, 188 contrari — rischia di far perdere di vista la questione più importante che questi giorni concitati hanno portato alla luce: il tema, ancora del tutto aperto, della rappresentanza femminile in Parlamento.
Come si è arrivati al voto
L'iter era iniziato il 13 luglio, quando Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc avevano depositato un emendamento allo "Stabilicum" per introdurre un meccanismo misto: capolista bloccato, scelto dai partiti, seguito da sei candidati su cui l'elettore poteva esprimere fino a tre preferenze, valide solo su nominativi di sesso diverso. Lega e Forza Italia, inizialmente scettici — temendo di eleggere pochi propri parlamentari rispetto a una Fratelli d'Italia largamente maggioritaria nella coalizione — avevano infine annunciato sostegno al testo poco prima del voto. Stessa scelta per Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, pur giudicando la misura un compromesso al ribasso rispetto a un sistema di preferenze piena.A complicare tutto è stato, fin dall'inizio, non il contenuto della norma ma il metodo di voto. Giorgia Meloni aveva chiesto pubblicamente uno scrutinio palese, invitando la maggioranza a "metterci la faccia". La richiesta non ha trovato accoglimento: la presidenza della Camera ha confermato il voto segreto su un centinaio di passaggi, incluso quello decisivo. Ne è seguita una giornata di forte tensione a Montecitorio, con un sit-in di protesta organizzato fuori dall'Aula dal deputato di +Europa Riccardo Magi, e con i capigruppo di maggioranza in apprensione per la tenuta dei propri gruppi, in particolare tra i cosiddetti "peones" di Lega e Forza Italia — parlamentari poco avvezzi a un meccanismo, quello delle preferenze, che impone di costruirsi un consenso personale invece di affidarsi alla sola posizione in lista.
Un risultato che parla da solo
Il testo è caduto per un margine minimo, nonostante il sostegno dichiarato di tutta la maggioranza e il parere favorevole del governo: prova evidente che, nel segreto dell'urna, alcuni voti non hanno seguito le indicazioni di partito.
Il vero nodo, spesso trascurato: dove scatta l'alternanza di genere
È qui che, a mio parere, si è giocata la partita più importante, quella su cui i commenti a caldo si sono soffermati meno. Il testo di maggioranza prevedeva che l'obbligo di alternanza uomo-donna nelle liste scattasse solo a partire dal terzo nominativo, lasciando capolista e secondo nome liberi da ogni vincolo: esattamente le due posizioni con le maggiori probabilità reali di elezione. Le opposizioni avevano provato a correggere questo squilibrio con un subemendamento — primo firmatario Luana Zanella, sottoscritto da Pd e M5s — che estendeva l'obbligo di alternanza già alla scelta dei capilista, fissando un tetto massimo del 50% dello stesso genere tra i capilista di ogni partito. Anche questa proposta è stata respinta, con un margine più ampio (207 no, 155 sì). Il risultato pratico è che, con la caduta dell'intero emendamento, la questione della parità nelle posizioni realmente decisive resta senza risposta normativa — non perché il problema sia stato risolto, ma perché è semplicemente uscito di scena insieme al resto del testo.
Una considerazione che, da giurista, continuo a ritenere centrale
Nei giorni scorsi, rispondendo a chi in una discussione tra colleghe metteva in dubbio l'affidabilità delle preferenze come strumento di garanzia per le donne, avevo scritto: "Nessuno dei due strumenti, da solo, garantisce l'equilibrio di genere. Le preferenze non sono uno strumento neutro a favore delle donne: sono un meccanismo che sposta la decisione dai partiti agli elettori, ma il risultato dipende da come si vota, non dalla regola in sé. L'unico strumento che impone davvero un vincolo è l'alternanza obbligatoria nella composizione delle liste, non le preferenze; queste ultime, al massimo, sono lo spazio in cui quell'alternanza si traduce, o non si traduce, in seggi reali. Il vero nodo tecnico non era preferenze sì o no, ma da quale posizione in lista scatta l'obbligo di alternanza — perché è lì che si decide se il vincolo ha effetto pratico o resta solo sulla carta."
I fatti di questi giorni confermano pienamente questa lettura. Finché il vincolo di alternanza resterà collocato nelle posizioni meno decisive della lista — o finché, come accaduto ora, l'intero impianto normativo verrà travolto da altre dinamiche politiche — parlare di garanzia della rappresentanza femminile resterà più un esercizio retorico che una misura sostanziale.
Cosa aspettarsi ora
La riforma prosegue comunque il proprio iter, con gli altri emendamenti ancora da votare e il successivo passaggio al Senato, dove il regolamento non consente il voto segreto sulla materia elettorale. Sarà lì, probabilmente, che si capirà se la politica saprà finalmente costruire una combinazione efficace tra preferenze e alternanza di genere, invece di continuare a trattarle — come avvenuto finora — come due strumenti in conflitto tra loro anziché complementari.









