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Scritto da Redazione
Politica
07 Febbraio 2026

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Le imprese del marmo di Carrara, che due anni fa hanno sottoscritto col Comune convenzioni impegnandosi a lavorare localmente almeno il 50 per cento del materiale estratto per ottenere la proroga delle concessioni fino al 2042, ora chiedono due anni aggiuntivi per adempiere all’obbligo. E in una sede istituzionale come il tavolo di concertazione torna alla ribalta l’idea di chiedere alla Regione la modifica della legge 35, trovando – almeno a quanto appare – ampie aperure dall’Amministrazione Comunale. Così, i nodi vengono al pettine e, dopo impegni “con riserva” degli industriali e paralleli ricorsi giudiziari, sembrano giungere a buon fine (almeno a livello locale) le pressioni di Confindustria per modificare la norma regionale che impone la filiera corta.Insomma, arrivato il tempo in cui gli imprenditori devono dimostrare di aver ottemperato all’obbligo di filiera corta, pietiscono due anni di proroga, lamentando la difficoltà di realizzazione di quella stessa filiera che si erano impegnati ad attuare.Perché dunque, nell’ottobre 2023, hanno firmato le convenzioni, assumendosi quell’obbligo? Scarsa capacità previsionale o di gestione aziendale? O semplice “furbizia” strategica con la convinzione che, come al solito, sarebbero riusciti a rivoltare le carte a danno della cittadinanza, dei lavoratori ma anche di quelle imprese corrette che si sono date da fare per realizzare gli impegni presi.Come Associazione denunciamo da tempo l’impatto ambientale e sociale dell’escavazione del marmo e i danni prodotti dall’estrattivismo apuano sul paesaggio, sulle acque (con l’inquinamento delle falde e la morte biologica del Carrione), sul rischio alluvionale, accentuato dal dissesto idrogeologico e dalle terre abbandonate al monte, e sulla salute, con le polveri disperse (pensiamo soprattutto a Miseglia).Per decenni la città ha subito il passaggio dei mezzi pesanti sulle strade urbane, ha poi sostenuto come collettività i costi della Strada dei Marmi, ha visto le montagne continuamente erose dall’escavazioni di (pochi) blocchi e (molti) detriti, ha assistito ad una crescita vertiginosa dei profitti delle imprese e alla parallela riduzione dei posti di lavoro. Il risultato è che Carrara è oggi una città in crisi con bassa tutela ambientale e scarsa qualità della vita.Perfino il tanto sbandierato “articolo 21”, a cui siamo sempre stati contrarissimi ma che –ci spiegavano– avrebbe dovuto portare benefici alla città, si è risolto in una misera elemosina. I famosi 26 milioni di compensazione per la città, infatti, utilizzando la media del pollo di Trilussa, diventano circa 370 mila euro, una tantum, ad azienda mentre i dati forniti dalla Camera di commercio, che dà una media per azienda di 240 mila euro di utile annuo nel 2023. Basta moltiplicare tale dato per i 10 anni di proroga per arrivare a 2 milioni 400 milla  di utile: un’enormità rispetto ai 370 mila investiti per ottenere la proroga delle concessioni. È evidente allora che l’attività estrattiva porta poco beneficio alla cittadinanza. Se si accetta quindi di consentirla – nei nostri obiettivi con una sensibile riduzione dei quantitativi estratti e con regole e controlli molto più stringenti – è solo per il risvolto occupazionale. Tutti gli studi dicono che l’occupazione generata dalla filiera della trasformazione è molto maggiore di quella prodotta dall’attività di escavazione. È perciò fondamentale che la lavorazione nella filiera locale di almeno il 50% del materiale estratto continui a essere un obbligo per le aziende; tanto più che la legge regionale 52/2025, che modifica la 35, introduce questo requisito anche nei bandi di gara per l’assegnazione delle concessioni.Riteniamo dunque che sulla richiesta avanzata dagli imprenditori l’Amministrazione debba mostrarsi intransigente, a tutela degli interessi dei cittadini e della propria credibilità, dicendo un chiaro e fermo “NO” alla proroga e tanto più a modifiche peggiorative delle norme regionali. Le aziende che sostengono di non riuscire a rispettare l’obbligo di lavorare in loco il 50 per cento del materiale estratto scelgano se rinunciare alla proroga, consentendo al Comune di mettere a gara quella concessione (con la tutela della clausola sociale per i lavoratori) o riducano i quantitativi di materiale estratto in modo da riuscire a lavorarne in filiera il 50 per cento. Tertium non datur!

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