Dall'associazione "Città al Centro, dai monti al mare", fondata da Gianni Ilari e Silvia Dell'Amico, riceviamo una nuova analisi sulla situazione del settore balneare e sulla Direttiva Bolkestein:
"C'è un equivoco di fondo che si trascina da anni nel dibattito sulle concessioni balneari e sulla Direttiva Bolkestein. Un cortocircuito logico che confonde la teoria economica con la realtà sociale. Si parla continuamente di "scarsità della risorsa" per giustificare la necessità di mettere a gara gli stabilimenti balneari italiani. Ma la domanda che nessuno sembra porsi è: scarsità per chi?
Nel diritto e nell'economia, un bene è considerato scarso quando la sua disponibilità non è sufficiente a soddisfare le esigenze delle persone. Se applichiamo questo principio alle coste italiane, la scarsità è un problema che riguarda esclusivamente il cittadino e il consumatore. La risorsa spiaggia è limitata per chi vuole fruirne: lo spazio per stendere un asciugamano, l'accesso al mare, la bellezza del paesaggio naturale. Questa è la vera scarsità, quella fisica e democratica.
Il legislatore europeo e le sentenze dei tribunali hanno però ribaltato la prospettiva, creando una pericolosa distorsione.
Il cambio di gestione non crea nuova sabbia
Oggi la "scarsità" viene invocata come se il problema fosse la mancanza di spazio per nuovi imprenditori o multinazionali del turismo. Ci viene detto che le spiagge vanno messe all'asta perché ci sono troppi pochi gestori rispetto a quanti vorrebbero fare business sul demanio.
Ma questo è un inganno logico. Cambiare il nome sulla licenza di uno stabilimento balneare non aumenta di un solo centimetro quadrato la spiaggia disponibile per i cittadini. Se lo stabilimento "Bagni Maria" passa dalla famiglia che lo gestisce dal 1950 a una grande catena alberghiera o a un fondo d'investimento, la risorsa rimane esattamente identica. La scarsità per il cittadino non viene minimamente scalfita. Anzi, rischia di peggiorare.
La scarsità è un limite fisico della natura. Sostituire un gestore locale con un grande gruppo economico non "crea" nuova costa, sposta solo i profitti.
Se l'interesse economico calpesta la storia
Il sospetto, che per molti è ormai una certezza, è che dietro il paravento della concorrenza si celi un mero interesse economico e finanziario. Il modello italiano, unico nel suo genere, è nato dal basso: famiglie, piccoli imprenditori, lavoratori che dal secondo dopoguerra a oggi hanno bonificato coste, costruito servizi e inventato il "turismo balneare" come lo conosciamo nel mondo.
Questo tessuto sociale rischia di essere polverizzato in nome di un'astratta parità di condizioni per i pretendenti alle concessioni. Ma dove è finita la parità di condizioni per chi ha investito una vita di lavoro?
Ad oggi, l'Italia sconta l'assenza di una linea guida nazionale che definisca regole certe. Manca la tutela dell'avviamento (il valore dell'azienda creata dal gestore) e mancano i criteri per i sacrosanti indennizzi a favore di chi ha investito denaro reale sulla base di leggi dello Stato che garantivano il rinnovo.
Ripartire dal cittadino
Se l'obiettivo della norma fosse davvero migliorare la gestione di un bene scarso a beneficio della collettività, le priorità sarebbero altre: garantirne la tutela ambientale, calmierare i prezzi per le famiglie, aumentare la qualità dei servizi mantenendo l'identità locale.
Trattare le spiagge come semplici lotti di un monopolio da riassegnare al miglior offerente significa ignorare che la vera ricchezza di quel "bene scarso" non è la sabbia in sé, ma il lavoro e l'accoglienza umana che l'hanno valorizzata. La vera sfida non è cambiare i gestori, ma tutelare il cittadino, rispettando chi quella risorsa l'ha resa un'eccellenza", conclude "Città al centro dai monti al mare".