Quando un elicottero CH-47 Chinook dell'Esercito si avvita nel cielo grigio della Bosnia, la terra trema fino a qui. Smettono di respirare quattro case, si spezzano i sogni di quattro famiglie, e a noi non rimane che il compito difficile di rimettere insieme i pezzi di quattro storie normali, diventate improvvisamente grandi. Non c’è bisogno di inventare parole altisonanti. La realtà ha già la sua severa, drammatica precisione. Simone Ruggia e Claudio Marchesi erano due sergenti dell'Aviazione dell'Esercito. Venivano dal fango e dal sudore delle esercitazioni di Viterbo, dal 1° Reggimento Antares. Simone aveva trent'anni, le radici a Salerno e un amore pulito per le cose semplici: la corsa, la bicicletta, il mare. Claudio di anni ne aveva trentasette, era cresciuto tra le montagne di Orvieto e portava dentro la passione per lo sci e per quel pallone che rincorreva da ragazzo. Sapevano che volare significa anche rischiare, ma lo facevano con il sorriso calmo di chi conosce il proprio mestiere.
Accanto a loro, sullo stesso aeromobile, c’erano due anime della Croce Rossa. Il tenente medico Franco Adriano Zecchillo e la sergente infermiera Laura Procacci. Laura aveva solo trentadue anni. Studiava ancora alla Sapienza per diventare medico, ma aveva già scelto di stare dove si soffre. Era specializzata nei soccorsi estremi, in quelle terre dove le mine nascoste sotto i prati ricordano ogni giorno che la guerra non finisce mai davvero. Erano partiti per una missione di pace, per portare cure, per rassicurare. Sono tornati dentro una bara avvolta nel tricolore.
La dinamica dell'incidente ci parla di una fatalità improvvisa, di un guasto meccanico o di un'improvvisa anomalia aerodinamica che ha trasformato un volo di routine in una trappola senza uscita. Ma la tecnica, in questi casi, spiega il come, non il perché. Non spiega perché la vita decida di fermarsi a trent'anni, a migliaia di chilometri da casa, mentre stai solo facendo la tua parte. Una certezza amara davanti alla quale anche la politica nazionale depone ogni bandiera, stringendosi in un cordoglio unanime che unisce istituzioni e partiti nel rispetto di un Paese intero scoperto, d'un tratto, concorde attorno ai suoi figli migliori.
Perché il dolore vero, quello che stringe la gola, abita altrove: nelle camerate vuote dove i colleghi guardano i letti rifatti, nei salotti delle madri che non sentiranno più girare la chiave nella toppa, nelle lacrime di chi resta.
Questi quattro ragazzi non cercavano le prime pagine dei giornali. Erano l'espressione di quell’Italia che lavora senza fare rumore, che accetta i sacrifici della divisa e del camice senza chiedere nulla in cambio, se non il rispetto per la propria dignità.
Oggi, mentre la cronaca si spegne per lasciare spazio al ricordo, dalle colonne della nostra provincia ci stringiamo a chi soffre. Senza retorica. Perché di fronte a quattro giovani vite spezzate mentre facevano il loro dovere, l'unica cosa pulita che ci rimane è il silenzio e la memoria.
Tragico incidente in Bosnia: quattro militari italiani morti su un elicottero precipitato
Scritto da Michele Belfiore
Cronaca
30 Ottobre 2026
Visite: 70
- Galleria:









