Riceviamo e volentieri pubblichiamo la segnalazione che arriva da Maria Del Giudice: "Poco prima di Natale, al Pasquilio, è stato compiuto un atto vandalico gravissimo: il busto dedicato a Enrico Pea è stato divelto e decapitato. Qualcuno lo archivierà come una “bravata”. Ma quando si aggrediscono i segni pubblici della cultura e della memoria si oltrepassa la soglia dell’incoscienza: si colpisce un patrimonio comune, si tenta di spezzare un legame civile, si insinua l’idea che ciò che appartiene a tutti possa essere umiliato da pochi. Ringrazio l’Amministrazione comunale, che si è attivata subito per il recupero e il restauro: è un segnale concreto di responsabilità. Resta però la gravità del gesto, che non è neutro né liquidabile come una “ragazzata”. Un busto in uno spazio pubblico è un patto: dice che una comunità riconosce dei riferimenti, si assume il dovere di custodirli e li consegna alle generazioni future.Scrivo come cittadina che al Pasquilio ha sempre abitato — prima con mio padre, Pietro Del Giudice, oggi con mia madre — in una zona montana dove vivere significa affrontare disagi e lunghi periodi di scarsa attenzione pubblica. Eppure questo luogo ha un valore storico e culturale immenso. Il 5 aprile 1945 qui venne sfondato il fronte occidentale della Linea Gotica: un passaggio decisivo per la liberazione dell’Italia, resa possibile anche dal contributo dei Patrioti Apuani.Nel dopoguerra la ricostruzione non fu soltanto materiale. Al Pasquilio, nel 1952, nacque il Premio “Alpi Apuane”, capace di portare qui intellettuali di primo piano, donne e uomini: insieme a Pea, nomi come Giuseppe Ungaretti, Roberto Longhi, Mino Maccari, Mario Soldati, Giorgio Bassani. Nel 1962 Beppe Fenoglio fu premiato per il racconto Ma il mio amore è Paco e venne al Pasquilio a riceverlo: fu la seconda e ultima volta che decise di lasciare Alba, in una cerimonia che vide anche la presenza di Anna Banti.
Enrico Pea, nato a Seravezza e morto a Forte dei Marmi, non è “uno scrittore del posto”: è una voce singolare del Novecento, capace di trasformare Versilia e Apuane in materia di lingua e immaginario. Che Ungaretti lo abbia commemorato con un testo come Ricordo di Pea dà la misura di quel riconoscimento. Il busto — come la toponomastica (una via gli è intitolata) e gli altri segni pubblici — rendeva questa memoria accessibile a tutti. Per questo ferisce vedere, negli anni, simboli trascurati o scomparsi: penso al grande tavolo di marmo ai piedi del Carchio, oggi perduto.Il gesto compiuto non può passare sotto silenzio, ed è ancora più intollerabile perché quel busto si trovava di fronte al piazzale dove ogni anno, la domenica successiva al 25 luglio, Montignoso celebra la caduta del fascismo. Riparare è necessario, ma non basta: servono tutela, cura costante, educazione e presenza. Perché colpire un busto, qui, significa colpire una comunità intera".









