In piazza Menconi a Marina apriranno a breve una kebabberia e il patronato del Bangladesh. In galleria Massimo D’Azeglio a Carrara, nei fondi che per decenni furono di Mondial Toys Giocattoli, è in corso l’apertura di un grosso bazar di articoli stranieri. In via Roma, nei fondi in cui si trovava la boutique Barattini, oggi c’è un supermercato afro-orientale e poco sotto l’ennesimo barber shop. In via 7 luglio è stata aperta una macelleria marocchina. In piazza 2 giugno, davanti al comune, strabordano ben oltre lo spazio antistante il fondo, le cassette di frutta e verdura dell’ortolano egiziano, aperto ogni giorno dell’anno. Via Giovan Pietro, ad Avenza, un tempo via dello shopping con negozi di alto livello, oggi è un susseguirsi di ortofrutta egiziani, macellerie marocchine, bazar di merci di provenienza orientale o africana. Chiariamoci subito: non è la nazionalità di chi li gestisce o la provenienza delle merci il problema, quanto, piuttosto, il livello molto basso delle attività commerciali aperte. Sgombriamo il campo dagli equivoci e da, veramente stupide, strumentalizzazioni: nessuno vuole negare il diritto a chiunque- che sia in regola, ovviamente – di aprire l’attività commerciale che preferisce nel luogo in cui ha scelto di risiedere. Ma ci sono considerazioni che vanno fatte. O meglio c’erano e non sono state fatte. Il mantra che Carrara sta morendo – ormai mutato in Carrara è morta - ha sempre avuto un suo fondamento importante, mai preso in considerazione da chi nei decenni si è alternato al governo della città e cioè che a tenere vive e vitali le città è sempre stato principalmente il commercio. Sono i negozi, i locali, i bar, i ristoranti che affiancano e supportano le bellezze architettoniche (quando ci sono, ma questo, in Italia, è quasi scontato) e gli eventi (quando sono organizzati bene – assai meno scontato), che spingono i visitatori a fermarsi nei centri cittadini, se, addirittura non sono proprio queste attività commerciali ad attirarli.
Nel 2012, lo scrittore fortemarmino Fabio Genovesi, parlò di shop-watching nel suo libro “Morte dei Marmi”. Si trattava di una critica ironica che sanciva quella che era la principale attrattiva del comune versiliese e cioè il fatto di avere negozi di altissimo livello, spesso così elevati da aver creato il fenomeno popolare di chi va a passeggiare in quel luogo solo per vedere le vetrine, non potendo permettersi gli acquisti.
Certo il paragone tra Forte dei Marmi e Carrara, dal punto di vista commerciale, oggi, è ingrato, ma Carrara, che, invece, dal punto si vista storico, architettonico e monumentale è ben più ricca di molti altri luoghi, ha avuto nel suo lungo passato grandi trascorsi in cui si è attestata come centro di eleganza, modernità, ricercatezza e lusso. I carrarini saranno anche stati, per secoli, grezzi cavatori, ma hanno sempre avuto la ‘bocca fina’, come dicono vecchi adagi dialettali o come, superbamente sintetizzò il grande poeta carrarese Mauro Borgioli nel ‘manifesto’ della carrarinità: la poesia “A fian da no’”. I carrarini hanno sempre amato il bello e, forse, proprio perché benedetti dal contatto millenario con la più suggestiva delle pietre e con un paesaggio tra i più affascinanti, sono sempre, naturalmente, stati educati alla bellezza e per secoli hanno voluto la loro città ai livelli delle più grandi, per scelte architettoniche, per avanguardia nei servizi, per ricercatezza nelle offerte commerciali.
Maria Teresa Cybo-Malaspina D’Este, per fare un esempio, sposata infelicemente con Ercole III D’Este, duca di Modena e Reggio, non perse mai l’abitudine di tornare nelle sue terre d’origine ogni estate della sua vita, soggiornando a Palazzo Ducale di Massa, ma concedendosi ogni anno una settimana di feste ultraglamour, ricevimenti ed eventi pubblici nella allora lussuosa Carrara, dove, come lei stessa scriveva nelle sue lettere, veniva ricevuta in case in cui modi di vivere, abiti, mobili e oggetti non avevano da temere il confronto con le dimore aristocratiche più famose d’Europa. I grandi imprenditori del marmo, che vivevano in contatto con la più alta società del paese, nei secoli successivi, volevano che la loro piccola città avesse tutti i lussi e le bellezze di quelle dei loro parigrado. Da qui due magnifici teatri costruiti in meno di 50 anni nello stesso centro cittadino – perché l’amore per il belcanto a Carrara è stato sempre una cosa seria-, palazzi di affascinante bellezza, ville stupende e ritrovi di lusso, un ospedale che era davvero un’eccellenza percepita da tutti, negozi che, sempre più, si collocavano nella fascia dei più ricercati e apprezzati, tanto da richiamare gente da fuori città. Una Carrara che, quasi per tutto il ‘900, anche massacrata dalla guerra, fu capace di restare un centro vivo, vitale, culturalmente effervescente e luogo ambìto per venire a viverci.
Cosa è rimasto di quella città modello di eleganza? Poco più di niente. Carrara centro ha quasi ultimato la transizione in un sostanziale periferico similsouk, in cui le vetrine a lungo spente sono state riaccese dalle luci opache e passate di moda di bazar cinesi, macellerie arabe, kebabberie, barber shop e ortofrutta egiziani. La nuova frontiera sono i supermercati etnici, che rendono la sciatteria degli hard discount un lusso e che si avviano a sostituire completamente i supermercati storici. Del resto non potrebbe essere diverso: la maggioranza dei residenti del centro, ad esempio, è straniera e da sempre, in situazioni simili, tutti hanno cercato di importare nei nuovi luoghi di residenza ciò che è loro familiare. Little Italy a New York fu davvero un pezzetto di Italia infilato dentro alla megalopoli americana, per capirci.
Tanti diranno che, meglio delle vetrine vuote, sono anche negozi di qualità bassa, e che, comunque la colpa è dei proprietari dei fondi che affittano a queste attività. In realtà, un brutto negozio squalifica una via dello shopping, tanto quanto una serranda abbassata e se è assolutamente pacifico che nessuno possa ingerirsi nella proprietà privata altrui, né possa dirgli a chi deve affittarla, c’è però una visione superiore d’insieme che bisognava salvaguardare, richiedendo o anche imponendo certi parametri per concedere l’apertura di nuove attività nelle zone riconosciute come storicamente commerciali. Senza negare il diritto di aprire nuove attività a nessuno, sarebbe stato necessario capire che mettere kebab e bazar al posto di boutique e bar storici, avrebbe fatto perdere il naturale appeal turistico-commerciale alle zone frequentate. Un concetto chiaro in molte città più grandi e non solo. Carrara è piccola, è vero, ma i suoi cuori commerciali pulsanti li aveva e andavano preservati. Non è stato fatto. Non è stato mai nemmeno pensato. Non si è mai cercato, non solo di evitare la sostituzione di negozi di alto livello con quelli di basso, ma neanche sono state fatte scelte che favorissero il richiamo di marchi alti nel naturale avvicendamento delle attività commerciali. Questo processo, che a Carrara è quasi giunto a conclusione e che alla fine ingloberà tutto, è la chiusura di un cerchio che, purtroppo, ha sempre più l’aspetto di un cappio: quello che ha definitivamente strangolato una vocazione antica, consolidata, naturale di una città che, un tempo, era famosa perché amante della bellezza. Per ‘ricordarla da viva’ rileggiamo la poesia di Borgioli, che ha sempre più il sapore di un epitaffio:
A fian da nò
Sì, d’acordi, noaltri a sian toscan
Soltant p’r modmd’dir, pr’urdinament
Di capocion e ciao. Ma p’r i toscan
Noaltri cos a sian? A n’sian gnent
Nissun i s’arconòss parenti streti;
s’a sian parenti a sian d’ chi povreti
D’l toscano aa n’avian né la parlata
Né la ciac’ra cussì calda e fiurita
Né ‘l miel ‘n boca, né d’aria studiata;
nò a n’ sian zenta né fina. Né struita
Coi toscani una zerta afinità
A i l’avian sol p’r dir Dio chi, Dio là!
Con d’Emilia ch’a d’avian chì al cunfin,
a ni è ‘n comun gnent, ma propi gnent.
Tra nò a i è d’mez i monti, ‘i clima, ‘l vin
La cuzina e ‘l strut pr ‘l cundiment.
I s’ ciamn ‘nzà teròn. Nò, p’r far pari
A s’limitan a diri montagnari
La Liguria a d’è n’altra cunfinanta
Diversa ‘n tut i sensi, na regiòn
D’ tirci, zenta avara, mutrignona.
E noaltri focosi e sp’ndacion
A Spezia a spendr a i ven la p’dghina
Nò a s’magnan d’òv n’ cul a la gadina
E adora nò com a s’podèn ciamar?
Etnicamente a sian dla zenta a sé,
ch’al lavor, ch’al produz, ch’a s’dà da far,
ch’al podrè far benissimo anc da lè,
ch’al podrè dir a Roma: “Fian cussì,
me a te an t’n zerc, basta che ‘n t’m’n pì”
Zenta roza, spigolosa, un po’ fumina,
ecessiva ‘nti afeti, ‘ntle passion,
con l’arte drent al sang, d’boca fina,
ch’ai piaz ‘l bon, soltant quand i è bon.
Zenta ch’a s’ god ‘l frut d’l so lavor.
Pr ‘l rest, quant a n’ nass e tant a n’ mor.
Un carat’r tut so, ch’in s’ confond:
una republicheta, ‘n fond, ‘n fond.
foto realizzata con A.I.









