Silvia Dell'Amico e Gianni Ilari dell'associazione Città al centro, dai monti al mare analizzano la situazione del comparto del lapideo: "I dati Ires Toscana presentati a Palazzo Ducale non lasciano spazio a interpretazioni: il distretto del marmo è in crisi. Ma la crisi non è nelle cave. È in quello che facciamo – o meglio, non facciamo – dopo aver estratto il blocco. Dieci anni fa la legge regionale 35/2015 fotografava un mercato diverso. Il bianco di Carrara tirava. Oggi l’ordinario lo trovi da Vietnam, Turchia, Grecia, Namibia, USA. Nei laboratori al piano il marmo apuano è diventato nicchia di pregio. Il grosso delle opere mondiali si fa in artificiale. La Cina ha il monopolio. Il nodo è tutto nei numeri: solo il 14 per cento del marmo estratto viene trasformato sul territorio. Il 75 per cento sono scaglie. Materia prima che vale poco, che spesso smaltiamo o vendiamo come sottofondo. Le stesse scaglie che Pechino usa per produrre l’agglomerato con cui si costruisce il mondo. Intanto l’energia qui costa quattro volte quella cinese. Le commesse si strappano all’estero. E la zona industriale rischia cambi di destinazione che cancellano un pezzo di storia produttiva.In questo quadro arriva l’articolo 21 del regolamento degli Agri marmiferi: allunghi la concessione se finanzi opere pubbliche. 27 milioni stimati di opere. Con queste cifre sarebbe stato opportuno creare le condizioni per creare lavoro, ed una cifra a sistemare tutte le area e le strutture abbandonate, cambiare la tendenza. Anche questo è creare condizioni per il lavoro e fare crescere la citta. Il problema è di merito, non di nomi. Ha senso chiedere alle cave di fare le strade quando il distretto perde quote perché non trasforma? Ha senso regolare l’estrazione come se fossimo nel 2015 quando il valore oggi è a valle, nella manifattura? Il “lavoro tradito” sta nel 75 per cento di scaglie che non diventano prodotto. La legge 35 dice che trasformiamo poco. L’articolo 21 scambia tempo di estrazione con asfalto. La riconversione industriale è l’unica strada. Servono impianti per l’agglomerato, tecnologia, accordi sull’energia. E serve una revisione dell’art.21: legare le concessioni alla percentuale di trasformazione locale, non alle opere pubbliche. Vuoi 10 anni in più di cava? Apri linee di artificiale, assumi 100 persone, usa le scaglie. O il distretto apuano accetta che il futuro è nella manifattura del marmo, non solo nel blocco. O continuerà a regalare mercato e lavoro a chi ha già capito che dalle scaglie si fa industria".
Marmo Apuano. "Il lavoro tradito è nelle scaglie che buttiamo. Serve riconversione, non asfalto", l'analisi di Silvia Dell'Amico e Gianni Ilari di Città al centro, dai monti al mare
Scritto da Redazione
Cronaca
08 Giugno 2026
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