La rassegna letteraria “Il Pensier Lib(e)ro” giungerà, nella stagione 2026/2027, alla sua quinta edizione. Un giro di boa importante che ne saggerà spessore di proposta e interesse da parte di un pubblico numeroso e affezionato. La manifestazione conterà, anche quest’anno, sull’appoggio di collaborazioni pubbliche – come il Comune di Carrara, grazie all’impegno rinnovato dell’Assessora alla Cultura Gea Dazzi, che ringraziamo – e private (Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, Libreria Mondadori, Ristorante Roma, Hotel Carrara, Spazio Civico5 di Massimo Susini) che ne hanno sempre permesso radicamento e vitalità in una stagione, quella invernale, durante la quale la proposta culturale in città presenta maggiori difficoltà di afflusso.Ricordiamo – come già altre volte – che la rassegna è nata nel 2023, grazie a un’idea sviluppata dall’Associazione Qulture di Carrara e affidata alla direzione artistica di Antonio Celano. Il titolo riprende un celebre verso della canzone “Dimmi bel giovane”, scritta dall’apuano F.G. Bertelli, che vuol richiamare alla mente sia l’intima connessione concettuale di termini quali “libro” e “libertà” sia la città che ospita lo svolgimento della rassegna.
La manifestazione, di cui si sono svolte a oggi le prime quattro edizioni, si è definitivamente affermata come spazio di confronto tra scrittori – romanzieri e saggisti – e il pubblico che gli ruota attorno. Attraverso un’originale formula di presentazione di libri e Lectio magistralis, la rassegna si è dedicata all’approfondimento di alcune linee tematiche che in questi ultimi anni hanno attraversato la produzione letteraria e saggistica italiana: in particolare, il legame letterario con il Novecento italiano e il suo superamento dopo questo primo, compiuto, quarto del nuovo secolo. Tra le novità, quest’anno, abbiamo pensato di proporre un ricordo doveroso del terremoto del Friuli del 1976 – a cinquant’anni dalla sua avvenuta tragedia – e un nuovo filone tematico e cioè quello della cosiddetta “scrittura della diaspora” o “transnazionale” a cui ci eravamo già avvicinati con scrittrici quali Claudia Durastanti ed Elvira Mujčić. Intendiamo, con scrittura della diaspora, le opere letterarie, poetiche o saggistiche prodotte da autrici e autori che, sradicati dai loro Paesi d’origine, sono stati accolti in stati altri o ci hanno fatto ritorno dopo lunga assenza, nel nostro caso in Italia. Caratteristica principale di questa corrente letteraria è l’adozione della lingua e dei ritmi della quotidianità del Paese d’approdo, pur mantenendo un forte legame storico e antropologico con le comunità di provenienza. Con una modalità di scrittura proposta capace di arricchire il nostro mondo letterario attraverso uno sguardo sicuramente sprovincializzante. In quest’ottica di liminarità culturale – a metà tra filosofia, storia antropologia, neurologia, fisica e linguistica – quest’anno proporremo anche due importanti saggi dedicati alla parola e al camminare e muoversi.
Per sancire e incrementare in modo definitivo il credito guadagnato verso il pubblico, la manifestazione si è dotata di un proprio logo che caratterizza i contenuti e l’identità della rassegna e la differenzia dalle altre manifestazioni cittadine dello stesso tipo.
Hanno partecipato finora, tra gli altri, autori quali (in ordine alfabetico): Valerio Aiolli, Simona Baldelli, Valentina Berengo, Daria Bignardi, Nicoletta Bortolotti, Daniela Carmosino, Andrea Carraro, Paolo Codazzi, Carlo D’Amicis, Claudia Durastanti, Emiliano Ereddia, Roberto Ferrucci, Monica Gentile, Lisa Ginzburg, Monica Lanzillotta, Filippo La Porta, Roberta Lepri, Giuseppe Lupo, Lietta Manganelli, Sebastiano Mondadori, Elvira Mujčić, Luca Nannipieri, Davide Orecchio, Carmen Pellegrino, Alberto Riva, Giacomo Sartori, Tiziano Scarpa, Yari Selvetella, Piera Ventre, Nicoletta Verna, Dario Voltolini.
La lista delle proposte di quest’anno (passibile di arricchirsi ancora di alcuni nomi e in ordine alfabetico di cognome) è la seguente:
Mario Andreose, Un’educazione veneziana, La Nave di Teseo
Giulia Baldelli, Un mondo soltanto, NN editore
Toni Capuozzo, Una piccola guerra. Il 6 maggio del Friuli, Edizioni Biblioteca dell’Immagine
Daniela Dawan, La colpa di tacere, Morellini
Federica De Paolis, Il nemico, Feltrinelli
Federico Giannini, Le immagini del potere. Arte e propaganda da Augusto a Trump, Giunti
Jana Karšaiová, Io non parlo russo, Feltrinelli
Francesco Mauro Minervino, Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie, Scholé
Andrea Moro, Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri. L’universo spiegato con l’alfabeto, La
Nave di Teseo
Alberto Ravasio, Il Grande mantenuto, Quodlibet
Andreea Simionel, La ragazza d’aria, Rizzoli
CALENDARIO DEGLI INCONTRI:
- 26 settembre 2026: Alberto Ravasio, Il grande mantenuto, Quodlibet
- 10 ottobre 2026: Mario Andreose, Educazione Veneziana, La Nave di Teseo
- 16 ottobre 2026: Toni Capuozzo. Una piccola guerra, Biblioteca dell’immagine
- 7 novembre 2026: Daniela Dawan, La colpa di tacere, Morellini
- 21 novembre 2026: Jana Karšaiová, Io non parlo russo, Feltrinelli
- 5 dicembre 2026: Andrea Moro, Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri. L'universo spiegato con l'alfabeto, La Nave di Teseo
- 9 gennaio 2027: Giulia Baldelli, Un mondo soltanto, NN
- 23 gennaio 2027: Federica De Paolis, Il nemico, Feltrinelli
- 6 febbraio 2027: Andreea Simionel, La ragazza d’aria, Rizzoli
- 20 febbraio 2027: Mauro Minervino, La strada, la vita, Scholé
- 6 marzo 2027: Açelya Yönaç, La casa turca, Neri Pozza
- (data da definire) Federico Giannini, Le immagini del potere. Arte e propaganda da Augusto a Trump, Giunti
LE PRESENTAZIONI SI TERRANNO A PALAZZO BINELLI ALLE ORE 17
Biobibliografia degli autori e opere proposte:
Mario Andreose, veneziano, è attivo da alcuni decenni nell’editoria. Ha partecipato all’avventura del Saggiatore di Alberto Mondadori in vesti successive di correttore di bozze, traduttore, redattore, redattore capo, direttore editoriale. Passato alla Mondadori, si è occupato del settore nascente delle coedizioni dei libri per ragazzi e dei libri illustrati. È stato direttore editoriale del Gruppo Fabbri, comprendente le case editrici Bompiani, Sonzogno, Etas e le edizioni scolastiche. Nella RCS Libri, nata dalla fusione del Gruppo Fabbri con la Rizzoli, ha ricoperto l’incarico di direttore letterario. Attualmente è presidente de La nave di Teseo, collaboratore del supplemento culturale “Domenica” del “Sole 24 Ore” e di “la Repubblica”. Nel 2015 ha pubblicato Uomini e libri, vincitore del premio Biella della Giuria e del premio Rhegium Julii per la Saggistica, e nel 2020, per La nave di Teseo, Voglia di libri, vincitore del premio NotoCultura. Nel 2025 ha ricevuto per la sua attività editoriale il premio Vigàta.
Vincitore del Premio speciale Flaiano Narrativa 2026, Un’educazione Veneziana (La nave di Teseo) è un racconto autobiografico che si legge come il romanzo del dopoguerra italiano: la rinascita dopo il nazifascismo e le macerie della guerra, la scoperta dell’amore con gli occhi di un bambino, l’emozione del cinema e dell’arte, l’incontro fatale con i libri, compagni inseparabili di una vita. La storia di un bambino, poi ragazzo, poi adolescente che, vissuto nel quartiere delle Zattere, parte dal giorno della Liberazione, quando la Wehrmacht abbandona la pensione “La Calcina”, che aveva requisito, e il fortino di sacchi di sabbia con una mitragliatrice antiaerea, mentre un pontone da sbarco in fuga verso il mare tira un colpo di cannone che sbriciola l’altana dove il Mario amava rifugiarsi per leggere e sognare. Dal giorno dopo, la Fondamenta delle Zattere, con i suoi caffè e le rinomate gelaterie racchiusi nel tratto tra due ponti dove si affaccia la chiesa dei Gesuati, diventa il luogo di ritrovo, intrattenimento, scambio per studenti, docenti, artisti come Vedova, Pollock e de Chirico, gli ospiti internazionali di casa Guggenheim, tradizionalmente residenti in tutta l’area che si estende fino alla punta della Dogana, le stelle di Hollywood in trasferta in laguna e gli attivisti politici nella nuova stagione della conquistata libertà. Mentre si avvia alla vita adulta, il protagonista adolescente, inconsapevole, sembra cogliere lì e allora, di tanto in tanto, la prefigurazione del suo futuro lavoro editoriale.
Giulia Baldelli è nata a Fano, ma dal 1998 vive a Bologna, dove si è laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche. Vive con il marito e i loro tre figli. Prima di passare a NN Editore, per Guanda ha pubblicato il suo romanzo d’esordio L’estate che resta (2022), tradotto anche in Spagna e Germania, e Le parole che mi hai lasciato (2024).
Nel suo romanzo di formazione, Un mondo soltanto (NN Editore), l’autrice ci narra della sedicenne Tessa. L’adolescente vive con la nonna, suo unico punto fermo, e lontana da una madre tossicodipendente che non riesce a odiare fino in fondo. Quando nel 1995 si iscrive al liceo di Fano, conosce Cecilia, bellissima e generosa, Irene, aspirante pittrice, Virginia, schietta ma indecifrabile. Le ragazze diventano inseparabili come sorelle, e crescono insieme a cavallo di due millenni, tra notti nelle discoteche della riviera adriatica e mattine in spiaggia, grandi segreti e promesse solenni. Negli anni dell’università a Bologna Tessa e Virginia imparano per la prima volta cosa significa amare, ma Tessa fatica a stare al passo con la vita adulta: mentre Virginia si realizza diventando medico, lei sceglie la parte peggiore di sé e scrive un romanzo che tradisce la fiducia di tutte. Gli anni scorrono, il mondo cambia, si surriscalda e si riempie di guerre, fino a che la vita faticosamente costruita da Tessa sembra implodere, e ritrova forza solo grazie a quelle amiche mai dimenticate. Un mondo soltanto è la storia di quattro donne e di tre decenni di storia italiana, un romanzo sull’amicizia come sentimento assoluto e sul perdono come liberazione. Con voce magnetica, Giulia Baldelli ci mostra che per salvarsi bisogna coltivare la nostra parte più fragile e ostinata: quella che, nonostante tutto, continua a lottare per l’amore.
Toni Capuozzo, nato a Palmanova (Udine) da padre napoletano e madre triestina, è giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. Si è laureato in Sociologia a Trento. Nel 1967 aderisce al Partito Comunista Italiano, che però lascia dopo un anno soltanto per aderire alla formazione della sinistra extraparlamentare Lotta Continua. Nel 1979 inizia l’attività di giornalista seguendo le vicende politiche dell’America Latina, e diviene poi giornalista professionista nel 1983. Scrive per il quotidiano “Reporter” e per “Panorama Mese” ed “Epoca”. Durante la guerra delle Falkland (1982) ottiene un’intervista esclusiva dallo scrittore Jorge Luis Borges. Successivamente, si occupa di mafia per il programma “Mixer” di Giovanni Minoli e ricopre il ruolo d’inviato per la trasmissione “L’istruttoria”. In seguito, segue in particolare le guerre jugoslave, i conflitti in Somalia, in Medio Oriente e la guerra sovietico-afghana. Nel 2004, nel contesto della guerra in Iraq, viene sequestrato assieme al resto della troupe del TG5 da truppe paramilitari Mahdiste nei pressi di Najaf. Vicedirettore del TG5 fino al 2013, dal 2000 al 2017 ha curato e condotto “Terra!”, programma d’approfondimento giornalistico in onda dapprima su Canale 5, come rubrica settimanale del TG5, e poi, sotto la direzione di Videonews, su Rete 4. Ha tenuto inoltre, su TGcom24, la rubrica “Mezzi Toni”. Nel 2021 ha realizzato per Mediaset il reportage “Il sogno di una cosa”, dedicato ai cento anni della nascita del PCI. Nel 2022, in occasione del trentennale dall’assedio di Sarajevo, ha realizzato per Mediaset lo speciale “Sarajevo 1992-2022. Ritorno all’inferno”. Il 12 giugno 2023 realizza uno speciale dedicato alla morte di Silvio Berlusconi. Il 21 aprile 2025, a seguito della morte di papa Francesco, realizza uno speciale a lui dedicato, anche questo andato in onda a reti unificate. Dal 30 agosto 2026, per quattro serate, conduce “Giganti - I protagonisti della storia” su Rete 4 come approfondimento delle vite di Karol Wojtyla, Elisabetta II, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo Da Vinci.
Oltre a una costante attività teatrale, Toni Capuozzo ha ricevuto, per la sua attività giornalistica, dal 1983 a oggi, ben 27 premi. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni, ricordiamo: Il Giorno dopo la guerra, Feltrinelli, 1996; Adios, Mondadori, 2007; Le guerre spiegate ai ragazzi, Mondadori, 2012; Andare per i luoghi del ’68, Il Mulino, 2018; Piccole Patrie, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2020; Balcania, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2022; Vite di confine, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2024.
Una piccola Guerra. Il 6 maggio del Friùli (Edizioni Biblioteca dell’Immagine). Quanti del mezzo milione di persone che vivevano nell’area del terremoto – e quanti dei centomila sfollati – ci sono ancora, e hanno voglia di raccontare? In questo cinquantesimo anniversario, molti proveranno a farlo, con discorsi e fotografie, cerimonie e documentari. Che cosa possiamo aggiungere? Poco, ma è un poco che ha il sapore intatto del tempo: gli articoli che scrissi provando a spiegare agli italiani la protesta delle tendopoli prima, e l’epopea della ricostruzione dopo... Il terremoto, in fondo, è stata la piccola guerra della nostra generazione: un evento che segna tutti e ciascuno, che ti obbliga a decidere quali sono le cose importanti e quali vuoi conservare, che ti costringe a cominciare daccapo... Questo non è un saggio sociologico, e non dobbiamo qui raccontare il vertiginoso cambiamento causato dal terremoto, la brusca accelerazione di fenomeni prima timidi e appena accennati. Ma è certo che, dopo, nulla è stato più come prima. Questo è più semplicemente un libro che può aiutare a ricordare.
Daniela Dawan è nata a Tripoli (Libia), dove è vissuta fino all’età di dieci anni. Costretta a fuggire con la famiglia per gli eventi drammatici che avvennero in Libia durante la “Guerra dei sei giorni” (giugno 1967), approda in Italia. Già avvocato penalista, è oggi Consigliere della Suprema Corte di cassazione “per meriti insigni”. Ha vissuto a Bruxelles e New York. Attualmente vive e lavora tra Milano e Roma. Scrittrice della diaspora, ha esordito nella narrativa con il romanzo Non dite che col tempo si dimentica per Marsilio (2010) e ha poi pubblicato Qual è la via del vento per E/O (2018). Per la collana “Giunti Y/A” ha pubblicato, nel 2022, Giochi di ombre dedicato ai giovanissimi.
In La colpa di tacere (Morellini), Jacopo Cardoso, giudice rigoroso e uomo tormentato, si trova davanti a un processo che riapre ferite mai rimarginate: la strage nazifascista di Prati del Vezza. Tra fascicoli ingialliti e testimonianze strazianti, la sua ricerca di giustizia si intreccia con un’indagine personale, dove il confine tra colpa e innocenza si fa sempre più labile. Un passato familiare pieno di ombre, una madre custode di memorie dolorose, un padre eroe o complice: tutto vacilla quando la verità affiora. In un’Italia segnata dall’occupazione, dalla Resistenza e dal peso della memoria storica, Jacopo si misura con domande che non hanno risposta facile: quanto pesa il silenzio? Si può essere giusti in un mondo ingiusto? Il romanzo attraversa generazioni, scavando tra drammi familiari, conflitti interiori, identità nascoste e il desiderio di redenzione. Mentre il processo avanza e i segreti di famiglia si svelano poco a poco, Jacopo dovrà scegliere se restare prigioniero delle menzogne o rischiare tutto per la verità. E, dunque, quale prezzo si è disposti a pagare per liberarsi dalla colpa di tacere?
Federica De Paolis vive a Roma, dove è nata. Si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza nel 1995 con una tesi su “Il tema dell’acqua tra la pittura di David Hockney e il cinema di Peter Greenaway”. Oggi è scrittrice, autrice televisiva e dialoghista cinematografica. Nel 2005 ha realizzato, con Angelo Bozzolini, il documentario De la famille et d’un amour immodéré sulla cinematografia di Robert Guédiguian, presentato al Torino Film Festival fuori concorso. Nel 2006 ha esordito nella narrativa con il romanzo Lasciami andare, seguito a distanza di due anni dalla raccolta di racconti Via da qui. Ha insegnato all’Istituto Europeo di Design sceneggiatura e scrittura creativa. Con il romanzo Ti ascolto si è aggiudica il Premio Pavoncella alla creatività femminile nel 2011. Nel 2019 ha vinto il Premio Internazionale di Letteratura Città di Como nella categoria “Miglior thriller” con Notturno salentino. Nel 2020 si è aggiudicata la seconda edizione del Premio DeA Planeta con il romanzo Le imperfette. Con il romanzo Le distrazioni, nel 2022 ha vinto il premio selezione Bancarella ed è stata finalista al Premio Asti d’Appello. È stata finalista al premio Viareggio Rèpaci con Da parte di madre, “Feltrinelli, 2024). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Macedonia e Portogallo. Insegna nella scuola di scrittura creativa “Molly Bloom” a Roma e alla scuola “Holden” di Torino. Scrive su “La Stampa”.
In Il nemico (Feltrinelli), Adele ha cinquant’anni e traduce romanzi. La vita coniugale scorre tranquilla insieme al marito Dario, chirurgo di fama, a tratti più ripida con la figlia adolescente, Gilda. Quando comincia a tradurre Il nemico, il nuovo attesissimo romanzo dell’osannato scrittore Roland Blier, Adele si inabissa con lui in un febbrile scambio di mail che va ben oltre il lavoro creativo. L’intimità e l’attrazione si insinuano, crescono, mentre Gilda vive il primo amore con Gregorio sotto lo sguardo assente e geloso di Dario, sempre in viaggio tra un convegno e l’altro. Quando Adele e Blier finalmente si incontrano, si innesca un vortice passionale di euforia e menzogne, incanto e sopraffazioni. Affascinante e oscuro, Blier trascina Adele in una relazione alla quale lei non riesce a sottrarsi, destinata a deflagrare in un imprevedibile, supremo atto finale. Il nemico è un romanzo sul desiderio, in un’epoca in cui il desiderio sembra essere educato a svanire. È un romanzo sul potere, quello che gli uomini sentono ancora – disperatamente – il bisogno di esercitare. È un romanzo sulla genitorialità contemporanea, quando si slabbra nell’accudimento esasperato. Una storia di animali notturni, personaggi ingabbiati alla ricerca di uno spiraglio di luce, magnetici e divisivi, e per questo indimenticabili. Ma soprattutto è un romanzo attraverso cui, armata di una prosa sinuosa e feroce, Federica De Paolis spiazza il lettore: che cosa succede quando, scivolando nel gioco di una doppia vita, tradiamo noi stessi, prima ancora dell’altro? Il vero, grande nemico è fuori o dentro di noi?
Federico Giannini (Massa, 1986) è giornalista, direttore responsabile di “Finestre sull’Arte”, testata giornalistica di riferimento per il settore dell’arte e dei beni culturali, che ha fondato nel 2017 assieme a Ilaria Baratta e che dirige dalla fondazione. Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui “Art e Dossier” e “Left”. Al suo attivo ha anche docenze in materia di giornalismo culturale presso l’Università di Genova e l’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Per la televisione ha scritto, assieme a Daniele Rocca, il documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian - L’arte non invecchia (Rai 5). Partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi relativi ad arte, beni culturali e giornalismo culturale a numerosi convegni. Per i tipi di Giunti è uscito, nel 2025, Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell’arte.
Nella collana Insiders, dedicata all’approfondimento giornalistico di temi tangenti alla storia dell’arte, Le immagini del potere. Arte e propaganda da Augusto a Trump (Giunti) esplora un tema di assoluta attualità, ovvero il rapporto tra arte e propaganda, lungo un arco temporale che va dall’antichità romana (l’imperatore Augusto) fino all’era digitale e alla contemporaneità (Donald Trump), per dimostrare come le immagini siano sempre state strumenti di potere, controllo e seduzione. Con un approccio storico-artistico che affonda le radici nel giornalismo culturale, il libro analizza le strategie comunicative adottate da imperatori, signori, papi, monarchi, regimi totalitari e movimenti politici, mostrando come l’arte sia stata impiegata per legittimare l’autorità, costruire miti collettivi o veicolare ideologie. Ogni capitolo è dedicato a un’epoca o a un caso emblematico, dall’Ara Pacis all’arte napoleonica, dalle signorie rinascimentali ai regimi totalitari, fino all’utilizzo dei media, vecchi e nuovi, per veicolare la propria immagine, le proprie idee politiche e costruire consenso. Il testo affronta anche la tensione tra arte come propaganda ufficiale e arte come dissenso, passando in rassegna giornali, manifesti, spot promozionali, fino alla controcultura e alla Street Art.
Jana Karšaiová è nata a Bratislava dove ha iniziato a imparare l’italiano da autodidatta nel 2002. Ha poi vissuto a Praga, a Ostia e a Verona, dove ha lavorato come attrice. Dopo una lunga assenza, ha ripreso a lavorare in campo teatrale conducendo laboratori e iniziato a frequentare corsi di scrittura. Il suo racconto “Sindrome Italia” è stato pubblicato sulla rivista letteraria “Nuovi Argomenti”. Divorzio di velluto (Feltrinelli, 2022) dedicato alla separazione tra Slovacchia e Repubblica Ceca, che nel romanzo riverbera quella tra la protagonista Katarína e il marito Eugen è stato il suo primo romanzo.
In Io non parlo russo (Feltrinelli), Hana torna a Bratislava per votare e per seguire le elezioni slovacche come inviata di una radio italiana. Attraversando la frontiera le è subito chiaro che il paese sta cambiando, è già cambiato. Come suo fratello Martin, che è diventato sostenitore attivo del partito populista di destra, nazionalista, filorusso e antieuropeista, e posta su YouTube dei video cospirazionisti sotto il nome di Tommaso l’Incredulo. Le elezioni decretano la vittoria dei populisti, e nella confusione di chi sperava un risultato diverso, Hana si trova costretta a cercare Tomáš, figlio di Martin e dell’ex moglie, scomparso chissà dove insieme a una compagna di scuola. Per ritrovarlo, Hana guida fino all’amata chata di famiglia che, come scopre presto, è ora il nascondiglio di un rifugiato, Levan. Anche Hana è stata straniera, in Italia, e ha faticato per ottenere la cittadinanza. Un percorso lungo e presto rimosso, che adesso riaffiora prepotentemente alla memoria: mentre sulle prime ha paura di Levan, poi ha paura per lui, perché in lui si rispecchia. Con il suo sguardo rivolto verso quell’Est a cui ormai si richiama una porzione rilevante dell’Occidente, Jana Karšaiová scrive un romanzo lucido, politico e incalzante, ricco di colpi di scena. Un invito a restare vigili, nella convinzione che il futuro è qualcosa che si costruisce – e si deve difendere – ogni giorno.
Mauro Francesco Minervino, nato a Paola (Cosenza) è docente di Antropologia Culturale-Etnologia, Antropologia dell’Arte, Sociologia dei Nuovi Media e Comunicazione Pubblicitaria presso l’ABA di Catanzaro. Il perimetro dei suoi studi e ricerche si estende dai temi del testo etnografico alla letteratura di viaggi, alle fenomenologie culturali collegate alla comunicazione pubblicitaria e del linguaggio dei nuovi media, alle pratiche del consumo e del turismo contemporaneo. È inoltre impegnato in protocolli internazionali di ricerche su multiculturalismo e su minoranze (Rom, Arbëreshë, Ebrei) in diversi paesi d’Europa, e su aspetti delle Culture Euro-Mediterranee nel processo di modernizzazione. Scrive critica d’arte, di teatro, dei linguaggi della comunicazione artistica e dei movimenti di innovazione presenti sulla scena contemporanea. Collabora con testate giornalistiche, e per quotidiani e riviste: suoi articoli sono stati pubblicati da “Unità”, “Il manifesto”, “Il Mattino”, “Il Riformista”, “Gazzetta del Sud”, “Il Quotidiano della Calabria”, “International Herald Tribune”. È stato tra i collaboratori del settimanale “Diario” ed è autore di programmi per le testate radio e video di Rai e di Radio3 con Maria Pia Ammirati, Gabriele Vacis e Corrado Augias. Nel 2016 è stato autore-ospite dell’Istituto Italiano di Cultura di Francoforte sul Meno, per un ciclo di conferenze e dibattiti sulla narrativa contemporanea e il Sud. Ha insegnato Antropogeografia ed Etnologia delle Culture Mediterranee presso il Dams dell’Università della Calabria sino al 2006. Ha svolto attività di ricerca in collaborazione col Dipartimento di Italianistica dell’Università “Attila Jozsef” di Szeged (Ungheria) dove, nel 2002, ha girato il documentario etnografico “Lontani, vicini. Zingari e Cigànyok (Calabria-Ungheria andata e ritorno). Immagini di un viaggio tra i Rom dalla Calabria a Szeged”. In qualità di scrittore e saggista, con il volume Senza fine, senza terra, gli è stato assegnato il premio “Anassilaos” per la saggistica 2003. Con il volume La Calabria brucia (Ediesse, Roma) nel 2011 ha vinto il premio per la narrativa Euro-Mediterranea della Fondazione Carime (Cosenza), e il Premio Internazionale A. Negri a Milano. Con il volume Statale 18 (Fandango, Roma, 2010) il Premio Hombres - Letteratura 2014 (L’Aquila). Nel 2014 per il suo lavoro di ricerca nel settore antropologico e delle scienze sociali, gli è stato conferito il Premio Internazionale di Filosofia, Karl-Otto Apel.
Con Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie (Scholé), la strada, spazio fondativo dell’esperienza umana e luogo materiale e simbolico, è analizzata in queste pagine come un dispositivo di relazione e di spaesamento, intrecciando diverse prospettive. Innanzitutto, la storia: dalle vie dell’antichità alle autostrade della modernità, dai cammini dei pellegrini alle rotte digitali. Poi, il confronto con autori come Jack Kerouac, Jorge Luis Borges, Elsa Morante, Pier Vittorio Tondelli, James G. Ballard, Albert Camus, Italo Calvino e con capolavori del cinema come La strada di Federico Fellini e Il sorpasso di Dino Risi permette di comprendere le trasformazioni e le tensioni legate alla mobilità nella contemporaneità. Infine, seguendo la traccia del pensiero di Marc Augé e degli studi dedicati alla strada in ambito etnografico e antropologico, questo libro – anche grazie alla originale impostazione che abbina il rigore scientifico del saggio all'attenzione al racconto e al dettaglio narrativo – propone una rilettura critica e inedita della strada nell’epoca della postmodernità e delle sue complesse implicazioni culturali, esistenziali e sociali. “Con sempre maggiore invadenza materiale e discorsiva, con altrettanta crescente ridondanza tecnologica e digitale, la presenza della strada si impone oggi inarrestabilmente nelle nostre esistenze individuali e collettive. E ciò accade ben oltre le pretese di dominio, separazione e controllo imposte artificialmente da muri e confini, reali o immaginari”.
Andrea Carlo Moro è nato a Pavia ed è un linguista, neuroscienziato e scrittore italiano. Si è laureato all’Università di Pavia in lettere classiche, poi studente Fulbright negli Stati Uniti, più volte visiting scientist presso MIT e Harvard University, conseguendo il dottorato di ricerca in Linguistica presso l’Università di Padova e il Diplôme d’études supérieures en théorie de la syntaxe et syntaxe comparative presso l’Université de Genève. È accademico dei Lincei e professore ordinario di linguistica generale presso la Scuola Universitaria Superiore (IUSS) di Pavia e presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Vive e lavora tra Pavia e Pisa. All’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano è stato tra i fondatori del Dipartimento di Scienze Cognitive nel 1993 e presidente del corso di laurea interfacoltà in neuroscienze cognitive fino al 2010. Ha fondato nel 2010 e diretto per sei anni il Centro di ricerca in Neuroscienze, Epistemologia e Sintassi Teorica NEtS (2010-2021) e il dottorato di ricerca in Neuroscienze Cognitive e Filosofia della Mente. È stato per un decennio ordinario presso l’Università Vita-Salute San Raffaele dopo essere stato associato presso l’Università di Bologna. Studia la sintassi delle lingue umane; campo nel quale ha dato contributi per la teoria della struttura della frase.
Tra le sue pubblicazioni: Parlo dunque sono. Diciassette istantanee sul linguaggio (Adelphi, 2012), Le lingue impossibili (Cortina, 2017), La razza e la lingua (La Nave di Teseo, 2019) e con Noam Chomsky, nel 2022, ha scritto, per i tipi della Nave di Teseo, I segreti delle parole. Ha al suo attivo due romanzi.
Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri. L’universo spiegato con l’alfabeto (La Nave di Teseo). Un pipistrello dagli occhi azzurri, un esemplare unico, vola attraverso le pagine di Lucrezio e ci accompagna in un viaggio che unisce filosofia, fisica e linguistica. Andrea Moro, rileggendo il De rerum natura, racconta come il linguaggio umano ci dia una chiave per spiegare l’universo: così come otteniamo parole diverse combinando una manciata di lettere dell’alfabeto, allo stesso modo a partire da pochi atomi possiamo ottenere tutti gli oggetti e gli elementi che ci circondano. Ma il linguaggio non è solo uno strumento, è anche un fenomeno da spiegare: chi ha parlato per primo? Nascono prima i pensieri o le lingue? Che differenza c’è tra il linguaggio degli esseri umani e di tutti gli altri animali? Come fanno a nascere le cose e le parole dal caos? Esistono lingue impossibili? In questo viaggio incontriamo non solo Democrito, Platone e Aristotele, ma anche Dante e Cartesio, fino a inoltrarci nelle sfide delle neuroscienze, dell’intelligenza artificiale e della linguistica contemporanea. La letteratura e la scienza guidano così un’indagine sull’universo che si squaderna come un enigma grammaticale, fino alla provocazione ultima che scuote le fondamenta del metodo: è sufficiente la ragione per smettere di avere paura?
Alberto Ravasio è nato a Bergamo e si è laureato in Scienze filosofiche presso l’Università degli Studi di Milano. I suoi romanzi Pornogonia e Le vite sessuali sono stati segnalati dal Premio Calvino nel 2018 e nel 2020. Suoi lavori in prosa sono apparsi su “La Balena Bianca”, “L’Indice dei libri del mese”, “Pangea”, “Verde”, “la nuova carne”, “micorrize”, “La Domenica del Sole 24 Ore” (col racconto vincitore del concorso “Leggere i Venti”, organizzato dal Premio Calvino in collaborazione con il Sole e Book Pride). Oggi vive tra Bergamo e Torino. Il suo esordio, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera (2022), è stato finalista al Premio Bergamo e nel 2025 è diventato uno spettacolo teatrale.
“Sono finiti i soldi ma tutto il resto c’è ancora.” Come ha scritto Ermanno Cavazzoni, Il grande mantenuto (Quodlibet) è un giovane laureato a vanvera che vuole fare lo scrittore ma è nato in una famiglia dove nessuno sa leggere. La sua catastrofica vocazione non è fame di fama o creatività molesta, è la volontà di sbarazzarsi dei troppi padri, il desiderio di nascere direttamente dal proprio cervello e deludere tutti, dai parenti mangiapatate al dio sordomuto. Dopo aver lasciato Bergamo, sua zolla natale, mentre prova a scrivere come fosse un lavoro vero, il grande mantenuto è costretto a farsi mantenere da chi capita andando su e giù lungo le fasce di reddito: vive con una coppia di lesbiche lecchesi, scrive nello spogliatoio di una prostituta bresciana, visita il buco domestico del più grande scrittore europeo nullatenente, frequenta l’ambiente malaeditoriale nel ruolo di spacciatore di manoscritti fino a quando, innamoratosi di una filosofessa dei Navigli, entra nell’immondo mondo altoborghese che si rivelerà essere ancora più mantenuto di lui. Il grande mantenuto del titolo assume così tanti significati quanti sono i personaggi del romanzo. Grande mantenuto è l’aspirante scrittore ma è anche lo scrittore letterario che non può vivere di scrittura perché adesso scrivono tutti, grandi mantenuti sono i professionisti della cultura nati ricchi, grandi mantenuti sono i trentenni intrappolati in un’adolescenza perenne, sempre al verde. Sorta di Martin Eden aggiornato e ormai impossibile, ambientato negli anni dal 2008 al 2020, dalla crisi finanziaria al covid, Il grande mantenuto è dunque il racconto tragicomico e paradossale di una società che, abolito il Novecento con le sue famigerate lotte, torna a una fissità economica quasi ottocentesca: i ricchi sono ricchi, i poveri sono poveri e la cultura è dichiarazione dei redditi per i primi e vertiginoso discensore sociale per i nuovi ultimi.
Andreea Simionel è nata a Botoșani in Romania. Dal 2007 vive a Torino. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste letterarie “effe”, “Altri Animali”, “Verde” e “Nazione Indiana”. Nel 2021 è stata tradotta in tedesco nell’antologia Literatur Tandem letterario. È stata finalista alla prima edizione del Premio Nuovi Argomenti. Nel 2022 pubblica Male a est (Italo Svevo Edizioni) e, con il romanzo La ragazza d’aria (Rizzoli, 2026) ha vinto il Premio Comisso under35 e il Premio Salerno Libro d’Europa.
Con La ragazza d’aria (Rizzoli), Andreea Simionel scrive una storia toccante sull’adolescenza come terra di confine, l’amore tra sorelle e il rifugio inaspettato nei libri. Con una scrittura che sa farsi vulnerabile e incandescente, ci racconta che, dopo essere scivolati sott’acqua, lentamente si può tornare a respirare, come se fosse la prima volta. Una ragazza in bilico tra due mondi, due lingue, due identità. Aryna ha quindici anni e cammina sulla linea sottile tra ciò che è stata e chi può diventare. È arrivata da due anni a Torino dalla Romania, eppure sente che niente, nel mondo che la circonda, le somiglia davvero. Il nome che porta è troppo difficile per i coetanei italiani, la sua lingua madre ha troppi spigoli, il suo corpo è troppo pieno. Ed è così che inizia a stringere, ogni giorno controlla di più: il pensiero, gli affetti, il cibo. Attorno a lei, i genitori, la sorella e gli amici le paiono distanti. Perché Aryna lotta con il peso delle proprie radici nell’Est, la fame di trovare un posto in un Paese nuovo, l’Italia, e al centro di tutto il suo corpo, che cade, resiste, si rialza.









