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Scritto da Gianni Ilari
Parliamone
18 Giugno 2026

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Cattiva coscienza, cinismo e fiumi di denaro. Se si volesse riassumere in tre concetti l'essenza dei quattordici punti del Memorandum d'intesa tra la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti circolato nelle cancellerie e rimbalzato sui media globali, non servirebbero altre parole. Tra i commi che regolano la revoca dei blocchi navali, lo sblocco di asset miliardari e la riapertura dei rubinetti del greggio, salta all'occhio un'assenza macroscopica, sistematica, quasi scientifica: i cittadini. Non c'è una riga, non un singolo inciso, dedicato a chi da oltre quarant'anni subisce il giogo di un regime teocratico e totalitario. Per i padroni della Terra, la pace non è il diritto di un popolo di vivere libero dalla paura; la pace, semplicemente, è la tregua dei mercati.
L'illusione della rivoluzione "con le fionde"
Per decenni la retorica occidentale ci ha propinato la favola romantica del popolo che deve "insorgere" per conquistare la democrazia. Un'ipocrisia intellettuale che oggi scricchiola sotto il peso della realtà. Come può una popolazione civile, stremata da decenni di sanzioni e privazioni, ribellarsi contro regimi che dispongono di apparati di sorveglianza digitale di massa, droni, milizie fanatiche e armi di distruzione di ogni tipo? Chiedere ai cittadini di rovesciare una dittatura moderna significa mandarli al macello. Lo abbiamo visto con il movimento "Donna, Vita, Libertà": il coraggio titanico di una generazione che ha sfidato il potere a viso aperto è stato ripagato con impiccagioni pubbliche, torture e proiettili. Dire oggi che "il popolo deve ribellarsi" significa lavarsi le mani del loro sangue, ignorando che non si combatte una macchina da guerra tecnologica e spietata armati solo di fionde e disperazione.
L'economia ha surclassato il diritto alla vita
Il Memorandum ne è la prova provata. L'articolo 2, laddove impegna le parti ad "astenersi dall'interferire nei rispettivi affari interni", è il capolavoro del cinismo diplomatico. Tradotto dal gergo felpato della Realpolitik significa: «Voi garantiteci il transito sicuro del petrolio nello Stretto di Hormuz e congelate il nucleare; in cambio, noi vi diamo carta bianca per continuare a massacrare, incarcerare e zittire i vostri cittadini all'interno dei vostri confini». Il miliardario piano di riabilitazione economica da 300 miliardi di dollari menzionato nell'accordo non servirà a costruire ospedali, scuole o a garantire il benessere della popolazione. Servirà a finanziare e a cementificare lo status quo di un regime che ha fatto del controllo millimetrico delle vite altrui la propria ragione di esistere. L'economia ha ufficialmente fagocitato il diritto dei cittadini a vivere in pace, in tranquillità e in dignità.
La libertà non è una merce di scambio
Non esiste stabilità globale senza giustizia sociale. Finché i trattati internazionali considereranno i diritti umani come un fastidioso dettaglio burocratico da sacrificare sull'altare del prezzo del barile, la diplomazia rimarrà complice dei carnefici.
Il diritto di vivere bene
Vivere bene non significa solo sopravvivere. Significa poter esprimere la propria opinione senza finire in una prigione di massima sicurezza; significa per una donna poter camminare a capo scoperto senza rischiare la vita; significa avere un futuro economico che non dipenda dalle tessere del razionamento di un regime corrotto. Finché Washington, Bruxelles e le altre potenze globali stringeranno le mani insanguinate dei dittatori in nome della "sicurezza energetica", ogni discorso democratico rimarrà lettera morta. I popoli oppressi dall'Iran all'Estremo Oriente non hanno bisogno di calcoli geopolitici, ma di una solidarietà reale che smetta di finanziare i loro oppressori. Perché nessuna percentuale di profitto varrà mai quanto la libertà di un singolo essere umano.
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